La ricerca italiana vuole rispetto, attenzione e risorse

Questo è un mio commento pubblicato il 14 o il 15 febbraio scorso in molti quotidiani locali del Gruppo l’Espresso (questo il link all’articolo sul sito de Il Tirreno del 14 febbraio). Riporto il testo qui sotto.

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La ricerca italiana è in uno stato di forte eccitazione. È spesso nel flusso delle notizie: una petizione pubblica molto partecipata, fiammate polemiche su facebook, una protesta realizzata con l’astensione dalla valutazione della qualità della ricerca (la VQR), una forte emozione e una campagna di comunicazione formidabile per l’osservazione diretta delle onde gravitazionali.

C’è un motivo profondo: la ricerca italiana vuole attenzione e rispetto. Più risorse, da usare meglio. È veramente la linea del Piave per la ricerca. Resistere per rimanere tra i grandi paesi, o retrocedere nel mucchio.

Vediamo i numeri: La media dei paesi OCSE finanzia la ricerca nazionale con il 2.36% del PIL, mentre l’Italia con l’1.26% del PILL’Italia ha l’ottavo PIL del mondo ed è una grande potenza scientifica: ottava per citazioni, settima per fattore h (due comuni misure bibliometriche).

Ma dall’interno è chiaro che questa ottima posizione non è sostenibile se non arriva una svolta vera da parte del Governo nei confronti della ricerca. Per questo l’agitazione.

La petizione su change.org di Giorgio Parisi, uno dei più noti fisici teorici del mondo, segue una lettera di 69 scienziati italiani sulla rivista Nature. Chiede all’Unione Europea di spingere i governi nazionali a mantenere il finanziamento della ricerca a un livello superiore alla semplice sopravvivenza. Parisi e gli altri fanno notare che l’Italia ha contribuito al settimo programma quadro di ricerca e sviluppo della Commissione Europea, da poco concluso, con 900 milioni di euro. La ricerca italiana è riuscita a conquistarne solo i due terzi. Sottofinanziare la ricerca scientifica la indebolisce anche nella competizione per risorse internazionali.

Il caso dell’European Research Council è emblematico. Sono usciti da poco i risultati dei prestigiosi “consolidator grant”: 300 ricercatori finanziati per progetti di ricerca pluriennali di circa 2 milioni di euro l’uno. Ben 30 sono di nazionalità italiana, ma 18 di essi useranno il finanziamento in altre nazioni europee. Dove già lavorano o dove porteranno una dote cospicua per accelerare la propria carriera. Complimenti a tutti loro, e un voto negativo per l’attrattività del sistema nazionale.

In queste settimane fa notizia l’astensione dalla VQR dei docenti universitari che chiedono il riconoscimento, almeno ai fini dell’anzianità di carriera, degli ultimi 5 anni di blocco dello stipendio. La protesta è supportata da una base molto ampia e include scienziati di grande valore.

La valutazione della qualità della ricerca è fondamentale per un migliore uso delle risorse. La procedura è molto sensibile e basta un’astensione di pochi punti percentuali per inficiare la valutazione e renderla inutilizzabile dal punto di vista tecnico e conoscitivo. La VQR finirebbe per misurare solo il livello della protesta.

La ricerca italiana può superare questo momento con successo, perché la situazione è seria ma non compromessa. Con umiltà, mi permetto di dire che sarebbe un bel segnale di attenzione da parte della Ministra Giannini riconoscere la situazione e rinviare la VQR di alcuni mesi, in modo da recuperare la serenità necessaria per discutere e affrontare le istanze della ricerca e dei ricercatori italiani, nella prospettiva di rafforzare il Paese.

(photo credits: l’immagine è stata estratta dal sito di EGO)

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