Don’t know much about algebra (and language)

Data from the OECD skill survey of adults. Considering adults in the age range: 16-65. We are not talking of PISA tests. These are not just pupils.

  • Numeracy Proficiency: Italy is second last (Spain is Last, Japan is First)
  • Literacy Proficiency: Italy is last (Japan is first again)

Basically, too many people cannot understand written instructions and cannot perform a simple calculation (for example, the interest on their mortgage or their savings account).

Anyway, even adjusting for the level of education, people in the age 16-24 perform better at tests than those in the age 55-64.

Things are slowly improving … (but I already knew it (link in italian) )

The complete OECD Adult Skills Outlook is here

literacy_proficiency

numerical_proficiency

Grafene ed elettronica ultra sottile – 9 minuti di video

Il 20 settembre ho partecipato a una giornata di presentazione delle attività nel campo della Knowledge Acceleration & ICT presso la nostra Università.

Ho parlato per nove minuti nove delle nostre attività sull’elettronica in grafene, calibrando il discorso per un pubblico non necessariamente esperto dell’argomento.
Ne è uscita una presentazione veloce, semplice e in italiano, su uno dei temi che ci ha tenuto più impegnati, negli ultimi sei anni. E su cui stiamo lavorando molto.

Il video è qua sotto (Bella tendenza i video online di ogni evento, e bella idea quella di seguire la tendenza bene e presto).

Mi è tanto comodo questo video, per dare il puntatore a chi spesso chiede: ma che è sto grafene? che ci fate?

Cliccando sulla playlist si vedono anche le altre presentazioni della giornata.

TEDxPisa 2012 è finito!

Ce l’abbiamo fatta! Ho ancora forte il ricordo dei 10 bellissimi interventi di ieri e l’entusiasmo del pubblico, degli speaker, e di tutto il team che ha costruito la giornata di ieri. Devo anche dire che sono piaciuti molto i due talk da TED che abbiamo proiettato in sala. Due donne molto diverse le cui parole scuotono tutti noi. Eccoli qua sotto.

Sheryl Sandberg, COO di Facebook: Why we have too few women leaders

Sunitha Krishnan, cofounder Prajwala: The fight against sex slavery

La classe dirigente e lo schema di Ponzi

Questo pezzo è stato pubblicato su Il Tirreno, p.1 e 17, del 25 luglio 2012 (con un titolo leggermente diverso, ma il mio mi piaceva di più)

Ogni generazione si lamenta dei più giovani. Non sono certo all’altezza di chi li ha preceduti. Non hanno spirito di sacrificio e senso di responsabilità. Non hanno i fondamentali giusti. Tra vecchietti ci diciamo “ai nostri tempi era diverso”!

Credo invece sia vero il contrario.

Consideriamo la classe dirigente in coorti di una decade. Il miglioramento medio è stato impressionante. I quarantenni della nostra classe dirigente hanno qualità superiori ai cinquantenni, che a loro volta superano i sessantenni, che lasciano buoni ultimi i settantenni. Ho grandi speranze per i trentenni, ma sono ancora troppo pochi per fare un discorso generale.

La mia tesi e l’abbaglio della vulgata comune si spiegano considerando tre motivi:

  1. L’educazione generale della popolazione è migliorata moltissimo. In Italia, secondo il rapporto 2011 “Education at a glance” della OCSE, il 70% dei trentenni contro il 37% dei sessantenni ha terminato le scuole superiori, il 20% dei trentenni rispetto al 10% dei sessantenni ha conseguito una laurea. Questo allargamento della base da cui emerge la classe dirigente abbassa il livello medio – causando l’abbaglio di cui sopra – ma alza il livello di picco. È una legge di natura generale, nella fisica statistica e nel calcio, che se si aumenta la popolazione di partenza le eccellenze migliorano. È più facile trovare 11 grandi campioni di calcio in Italia che in Norvegia.
  2. L’ingresso delle donne in professioni da “classe dirigente” ha praticamente raddoppiato la dimensione dell’insieme tra cui selezionare, ancora migliorando la qualità del picco.
  3. La classe dirigente è cresciuta numericamente meno della popolazione, e in certi casi è addirittura diminuita. Per esempio, in molte grandi aziende negli ultimi anni il ricambio dei dirigenti è stato solo parziale, e il numero complessivo è dunque rapidamente calato.

Non pretendo di aver fornito una dimostrazione, ma vi propongo un test: prendete una qualunque professione di rilievo che conoscete da vicino, e considerate a parità di ruolo la qualità professionale media nelle diverse fasce di età.

Due regole: a) valgono solo casi in cui l’insieme di partenza sia abbastanza grande da consentirci di evitare gli aneddoti; b) si devono confrontare persone di ruolo paragonabile, quindi è normale che a decadi più anziane corrispondano insiemi più numerosi.

Consideriamo ad esempio i dirigenti d’azienda. Fate riferimento a una grande azienda italiana, quella che volete purché fornisca un campione ampio e purché la conosciate almeno un po’ dall’interno. Ora confrontate la qualità media delle diverse decadi. Non temo di essere smentito dicendo che la qualità media dei settantenni (ormai in pensione, ma possiamo usare la memoria) sia mediamente più bassa di quella dei sessantenni, che sono peggio dei cinquantenni, fino a raggiungere il massimo nei quarantenni. E stanno crescendo dei trentenni fortissimi.

Ora prendete i medici ospedalieri. Ora i professori universitari. I notai. Gli avvocati. Gli scienziati. I capi progetto. Gli ufficiali superiori delle forze armate. Gli imprenditori. Sfido a trovare una categoria abbastanza grande in cui questo non sia vero. In media lo è anche per i parlamentari, se considerate un campione grande e un solo “grande campione” di cui hanno buttato lo stampo.

E allora perché il paese è bloccato? Perché anche il ricambio delle classi dirigenti è bloccato?

Credo che abbia ragione Luca Ricolfi in un eccezionale articolo di un paio di mesi fa su La Stampa. È il conformismo e l’abitudine alla cooptazione che frena tutti a sfidare lo status quo. È questo perverso schema di Ponzi per cui ciascuno di pensa di essere in fila per la carriera che i più anziani hanno avuto e non vuole che qualcuno mandi tutto per aria azzerando le precedenze. Per cui un cinquantenne aspetta che il sessantenne al comando lasci, ma raramente lo sfida. Per cui sono i più giovani ad essere contro chi vuole rovesciare lo status quo, perché è dallo status quo che vogliono essere premiati.

La rinascita del Paese passa attraverso chi non accetta di stare al proprio posto. Attraverso chi fa saltare l’illusione stessa che ci sia una fila. Perché questo schema di Ponzi non funziona più, e non solo in Italia.

Due letture interessanti sull’istruzione universitaria (online e offline)

L’argomento pare proprio caldo.

  1. Il Presidente della Stanford University, John. L. Hennessy: “Stanford University’s president predicts the death of the lecture hall as university education moves online”
  2. Breve articolo su lavoce.info di Pamela Giustinelli e Nicola Persico, sulla scelta “poco ragionata” del corso universitario. Sopratutto qui condivido il commento di Alessandro Figà Talamanca (proprio lui?), come sottolineavo anch’io in un mio vecchio post: per rendere meno irreversibile la scelta si deve disaccoppiare il primo titolo di studio dalla professione, come spesso succede negli US e in UK. Si può fare benissimo una Medical School dopo una prima laurea in Biologia, o una Law School dopo una prima laurea in Lettere. Anche per le materie scientifiche si può lavorare in questa direzione. [Perché sono così nascosti i commenti su lavoce.info?]

The economic status of higher education

An extremely interesting blog post by Marc Cuban on the economic status of higher education in the US. I really enjoy Marc Cuban’s posts, since he always goes straight to the issue. I think he has a couple of good points, that resonate with some of my thoughts:

  1. We have always considered a good thing to have a higher percentage of graduates, as in the US, UK, France, Germany. In 2010 the percentage of graduates in Italy was 13%, compared with 30% in the US and 24.2 in EC12). Not all degrees can lead to a well-paid job. I covered in part this issue here (post in Italian). Now we probably should reflect on the fact that some countries might have overshot. And it does not depend on whether the University system is public, mostly public, or mostly private. It is a call to reconsider the relevance of technical and vocational high schools.
  2. Higher education as an economic activity has not followed the deflationary path or the productivity improvements that other economic activities have experienced, pushed by globalization and ICT technologies [1][2]. In the US they have actually gone the opposite direction in recent years, with a large increase in academic fees fueled by student debt. I think at this point the “classical” model of the research University is at risk, unless an updated scalable model can be found. I covered some of the points here (in Italian), but plan to talk about it some more in one of the next posts. For those interested, there’s a great recent opinion piece on this issue by David Brooks on the NYTimes.

[1] This is also true for the national health systems both in Europe and in the US.

[2] Oh yes: higher education is an economic activity. I do not mean it is “only” an economic activity.

Video lezioni: provare e misurare tutto.

Da qualche anno sono molto curioso di provare qualche tecnica di insegnamento a distanza. Sono convinto che molto dovrà cambiare, nel modo di insegnare nelle Università, nella formazione continua, e che sia meglio prepararsi.

Ho fatto qualche tentativo negli anni 2004-2005 ispirato dal mio collega e amico Stefano Giordano con un tablet Toshiba M200. Ho desistito per la mia incapacità iniziale. Poi ho cominciato l’anno scorso a fare i video di tutte le mie lezioni e caricarli su Vimeo (si raggiungono da qui e da qui). Usavo un PC tablet HP, con il Windows Journal per disegnare, e Camtasia per registrare i video. Nel video si vede solo quello che disegno, non me stesso. Però il tablet si scaldava troppo sotto la mano, e i video di Camtasia dovevano essere convertiti e compressi uno a uno prima di essere fruibili.

Quest’anno ho trovato un setup molto più snello. Prima di tutto uso Open Sankorè, un programma di pubblico dominio fatto realizzare dal governo francese, che automaticamente è in grado di generare un podcast video veramente molto compresso, pronto per l’upload. E poi uso una tablet Wacom Bamboo pen. Non si scalda, mi permette di usare il mio portatile di tutti i giorni, costa poco ed è molto più precisa di un PC tablet. Pensavo che la coordinazione occhio-mano fosse un problema, ma funziona perfettamente dopo solo alcuni minuti. L’unico difetto è che Open Sankorè non è ancora perfettamente compatibile con Mac OS Lion, e quindi devo farlo funzionare su una macchina virtuale Windows 7 sul mio Mac Air. Un peccato.

Diciamo che per il momento è un gioco. Anche se sono ormai più di 200 ore di video accumulate su Vimeo. Sto vedendo se funziona, come mi trovo, come si trovano gli studenti, quant’è l’overhead rispetto alla lezione semplice.

Il difetto principale è che i video sono noiosissimi, perché sono in presa diretta durante la lezione, andando piano per dare tempo agli studenti di prendere appunti. Poi c’è tutto il bello della diretta, miei errori compresi, senza nessun editing. Altrimenti non è praticabile. Bisognerà aggiustare il tiro ancora un po’, ho qualche idea, ma ormai per il prossimo anno. Però gli accessi sono più alti di quelli che mi aspettavo.

Ci sono esperimenti bellissimi al mondo. Con ampie risorse, video professionali, e su scala molto più grande. Ci sono corsi universitari e aperti a tutti, tenuti da Prof. superstar. Supriyo Datta a Purdue  tiene un corso interattivo on line di “Fundamentals of Nanoelectronics” su nanoHubU (il video di questo post). Mi sono iscritto anch’io per sbirciare e capire (e imparare!). C’è il corso di Machine Learning di Stanford, che ormai ha dato vita a Coursera.org. E c’è Udacity.com, una startup che al momento offre corsi gratuiti di computer science, tutti su video. Poi ci sono i corsi interattivi on line di codecademy.com. Non ci sono più alibi, specialmente per non imparare a programmare. Per finire, c’è la fantastica Kahn Academy, che ha ormai superato i 3000 video!

I video non sono tutto. Codecademy per esempio non usa video. Ma usare bene strumenti nuovi può aumentare fortemente la leva e l’impatto di chi insegna. Forse serviranno meno professori. Forse potrà aumentare molto la richiesta di educazione e formazione. Nessuno ha le risposte, ora. L’unico atteggiamento che mi sembra sensato è provare un po’, fare piccoli esperimenti controllati e misurare che succede. Scuotere un po’ il pacco per capire che c’è dentro.

La laurea e il rating degli atenei

Oggi piatto doppio: ritorno sul tema del valore legale della laurea con un articolo su Il Tirreno. Il mio titolo era lo stesso del mio vecchio post, ma il loro è migliore.

L’articolo in pdf dal giornale si trova qui, ma il testo è qui sotto.

Il Tirreno, 10 febbraio 2012

Molti hanno un’opinione perentoria sull’abolizione o il mantenimento del valore legale della laurea, nonostante il senso della questione sia veramente sfuggevole. Per esempio, a seconda di come la cosa si realizza, può diventare un’operazione di natura dirigista o liberista.

Il valore legale del titolo di studio è definito da due vincoli. Da un lato,  un’organizzazione che si voglia chiamare Università e voglia offrire un corso di studio che porti al conseguimento della “laurea”, deve essere autorizzata dal Ministero competente. Per farla semplice, deve rispettare norme sulle modalità di assunzione dei docenti, sul loro numero rispetto ai corsi di studio che vuole offrire, sulle materie previste per ciascun corso di studio. Dall’altro lato, nelle selezioni pubbliche, non si può esplicitamente discriminare i candidati in base all’Università presso la quale è stata conseguita la “laurea.”

Parlo di selezioni pubbliche per includere sia concorsi pubblici sia selezioni in aziende private basate su procedure interne condivise (molte posizioni in molte imprese medio-grandi).

Ci sono cose che non c’entrano niente con il valore legale della laurea. Anche oggi l’ente o l’impresa che bandisce una posizione può ridurre o eliminare i vincoli sul tipo di laurea, e qualunque commissione di concorso o selezionatore può decidere di non dare peso reale al voto di laurea. Sono cose che si sceglie di fare per scremare i candidati e semplificarsi il lavoro. Impedire che si possano fare è un atto dirigista, non liberista.

Ci sono anche oggi titoli che non hanno valore legale. Vengono valutati in modo qualitativo, inglobandoli nella valutazione generale del curriculum, oppure in modo forfettario. Per esempio: 5 punti per un master di almeno 12 mesi.

Ora facciamo un esperimento mentale e supponiamo di abolire il valore legale della laurea. Che succede?

Dipende. Supponiamo che il riconoscimento del Ministero sia sostituito da un accreditamento da parte di un’apposita agenzia.

Se ottenere l’accreditamento sarà difficile come ottenere il riconoscimento del Ministero, cambierà abbastanza poco.  Se invece sarà semplice, o se non sarà necessario, le cose cambieranno, perché sarà più facile creare nuove Università e offrire nuovi corsi di studio da parte di quelle che già ci sono. Non so se questo possa essere un bene o un male, però noto che le critiche al sistema universitario negli ultimi anni siano state di eccessiva offerta e fantasia nell’offerta.

L’accreditamento potrebbe poi comprendere un voto (un rating) per l’Università, e quindi stimolare ciascuna Università a cercare di conquistare – per esempio – la “tripla A”.

Vediamo la cosa da parte di chi deve assumere. Parliamoci chiaro, non è realistico che chi assume metta pubblicamente un vincolo sull’Università di provenienza dei candidati (“assumiamo solo da Università del Granducato”). Potrebbe invece mettere un vincolo sul rating dell’Università (“noi assumiamo solo laureati AAA”) oppure assumere solo laureati di Università accreditate.

In tutti questi casi, come già ora peraltro, se la commissione di concorso o il selezionatore vorranno esercitare la propria autonomia, potranno  scegliere di attribuire al rating il valore che vogliono, oppure giudicare solo in base alle prove, al curriculum o al colloquio. Se invece ci saranno norme che obbligano a usare il rating nella selezione, di nuovo avremo un’operazione in senso dirigista, invece che liberale.

Mi pare che i proponenti dell’abolizione del valore legale del titolo di studio abbiano un atteggiamento liberale e puntino a un cambio di mentalità: che piano piano il rating delle Università sia assimilato come criterio di selezione, e che contemporaneamente le Università cerchino di acquisire il rating più alto. Puntano in realtà ad abbattere il valore legale del titolo non perché sia necessario, ma perché sono convinti che altrimenti nessuno guarderà al rating.

Insomma, a me pare che non sia il caso di avere opinioni perentorie sulla questione del valore legale del titolo di studio, perché tutto dipende da se e come sarà dispiegato il meccanismo di accreditamento. A seconda dei casi, il risultato può essere gattopardesco, dirigista, liberale, o liberatutti. Guardandomi in giro, scommetterei sul gattopardo.

Prepararsi: tipo di laurea e reddito

C’è qui un bella serie di dati sul rapporto tra tipo di “laurea” e reddito. Ho copiato la tabella in fondo al post.

Si riferiscono agli Stati Uniti nel 2010 e mostrano per ogni titolo di studio undergraduate (più o meno la nostra laurea triennale) qual è la percentuale di coloro che hanno un reddito nel primo percentile (reddito totale della famiglia maggiore di 380 mila dollari l’anno).

Attenzione, si parla di famiglie, non individui; e reddito dichiarato annuo, non patrimonio totale. Vuol dire che ci sono anche i titoli di studio posseduti da persone che magari guadagnano poco ma si sono sposate con qualcuno che guadagna molto. E che non ci sono coloro che hanno patrimonio e rendite ma non un lavoro.

Lo spaccato del top 1% mi piace perché credo che dia una buona approssimazione della classe dirigente del paese.

Andiamo alla figura: la prima colonna indica il tipo di titolo (major), la seconda il numero totale, la terza quanti del totale sono finiti nel top 1%, la quarta quanti sono coloro nel top 1% con quel titolo. La terza colonna è la quindi più importante.

Un’avvertenza: il titolo di studio undergraduate ha una correlazione spesso debole con la professione. Per esempio un medico ha fatto la Medical School ma può avere un titolo undergrad in Health, o Biology, Physiology, perché non e’ richiesto un titolo specifico. Così chi va alla Law School spesso ha un major umanistico o nelle scienze sociali. Infine, chi segue una carriera manageriale o nella consulenza fa spesso un MBA biennale dopo un titolo undergrad di tipo economico o tecnico/scientifico.

Si vede che il primo titolo di studio universitario conta poco, e che in realtà poi c’è tempo per scegliere una specializzazione e una professione come medico, legale, e in generale manager d’azienda, dove si concentra l’1% (bellissima infografica del NYTimes qui).

Invece mi preoccupano i laureati in discipline scientifiche, inclusi gli ingegneri. Anche negli Stati Uniti, dove tipicamente sono più coccolati che qui. Per gli ingegneri la correlazione tra professione e major è alta. Tipicamente prendono un titolo magistrale (master) in Ingegneria coloro che hanno un major in Ingegneria, e in misura minore in Fisica o Matematica. Nella lista c’è solo Chemical Engineering, anche perché sono state scelte solo discipline con almeno 50000 laureati.

Ho preso i dati completi e ho estratto la posizione di tutti i major in Ingegneria. È l’ultima figura di questo post.  Electrical Engineering sta a 3.4%, Mechanical Engineering al 2.8%, Civil Engineering al 3.2%. Computer Science (non è nella figura) al 2.3%.  Gli altri dati corrispondono a numeri piccoli e quindi non sono confrontabili.

Delle altre materie scientifiche, Fisica corrisponde al 4.1% e Matematica al 3.9%.

Con questi numeri, si capisce perché negli Stati Uniti le lauree in materie scientifiche e tecniche siano scelte sopratutto da immigrati: la probabilità di finire nel top 1% dei redditi è da due a tre volte maggiore se scegli un major di tipo medico o bio, due volte maggiore se scegli un major in economia, una volta e mezzo se scegli un major in scienze politiche o del governo.

Attenzione, i numeri nascondono altri ostacoli morbidi, per così dire, all’accesso a certe carriere. Però fanno riflettere, perché sono connessi alla globalizzazione, al calo della manifattura e alla perdità di capacità di produrre “tradables”, beni commerciabili a distanza. Anche su questo punto voglio insistere più avanti.

In Italia e in Europa la questione non è proprio uguale. Tradizionalmente molte posizioni manageriali in aziende sono coperte da ingegneri. Inoltre in Italia laureati sono ancora pochi rispetto alla popolazione generale (13% nel 2010 in italia contro un 30% negli Stati Uniti e un 24.2 nella EC a 12 paesi) e molti nel top 1% non hanno la laurea (per esempio, i politici di successo senza laurea sono tanti e compensano il fatto che scienze politiche dia in Italia un minore accesso al top 1% rispetto agli Stati Uniti).

L’altra cosa impressionante è l’handicap a cui sono soggetti in Italia i laureati in discipline umanistiche, rispetto a laureati in discipline economiche e giuridiche. Non c’è nessun motivo intrinseco per cui le cose debbano stare così. Ma sarà argomento di un altro post.

Undergraduate Degree Total % Who Are
1 Percenters
Share of All
1 Percenters
Health and Medical Preparatory Programs 142,345 11.8% 0.9%
Economics 1,237,863 8.2% 5.4%
Biochemical Sciences 193,769 7.2% 0.7%
Zoology 159,935 6.9% 0.6%
Biology 1,864,666 6.7% 6.6%
International Relations 146,781 6.7% 0.5%
Political Science and Government 1,427,224 6.2% 4.7%
Physiology 98,181 6.0% 0.3%
Art History and Criticism 137,357 5.9% 0.4%
Chemistry 780,783 5.7% 2.4%
Molecular Biology 64,951 5.6% 0.2%
Area, Ethnic and Civilization Studies 184,906 5.2% 0.5%
Finance 1,071,812 4.8% 2.7%
History 1,351,368 4.7% 3.3%
Business Economics 108,146 4.6% 0.3%
Miscellaneous Psychology 61,257 4.3% 0.1%
Philosophy and Religious Studies 448,095 4.3% 1.0%
Microbiology 147,954 4.2% 0.3%
Chemical Engineering 347,959 4.1% 0.8%
Physics 346,455 4.1% 0.7%
Pharmacy, Pharmaceutical Sciences and Administration 334,016 3.9% 0.7%
Accounting 2,296,601 3.9% 4.7%
Mathematics 840,137 3.9% 1.7%
English Language and Literature 1,938,988 3.8% 3.8%
Miscellaneous Biology 52,895 3.7% 0.1%

Di che si parla quando si parla di valore legale della laurea

La discussione sul valore legale del titolo di studio sta prendendo una piega surreale.

Per esempio, in un articolo di oggi sul Corriere della Sera, si dice che nel Governo si parla di far cadere il vincolo sul tipo di laurea per i concorsi pubblici che la prevedono, di eliminare il voto come criterio di merito dando più spazio alle prove del concorso, e di introdurre il criterio di accreditamento per le Università (da parte di ANVUR?).

Proviamo a immaginare la situazione: se si potrà sperare di vincere un concorso solo con un titolo di un corso accreditato (per es. AAA), non ci sarà nessuna differenza rispetto al caso di titolo con valore legale – se non di norma, almeno di fatto.

Se invece l’accreditamento sarà usato dalla commissione di concorso come criterio di merito che sostituisce o integra il voto di laurea, allora sarà poca cosa, ed è facile predire una serie infinita di ricorsi.

E quindi, qual è il senso di mantenere o abolire il valore legale della laurea?

Ci sono due cose di rilievo:

Una è l’azzeramento (come limite) in tutti i concorsi del punteggio assegnato al voto di laurea. La cosa in realtà si può fare indipendentemente dal fatto che il titolo di studio abbia valore legale. Si tratta di dire che ogni commissione deve responsabilmente e autonomamente giudicare il candidato sulla base del CV, delle prove scritte e del colloquio. Come si fa già ora per tutto tranne che per la laurea. È una cosa interessante – non so se meglio o peggio di ora – ma è solo una redistribuzione dei pesi di titoli e prove, che non tocca il concetto di valore legale del titolo.

L’altra cosa, ben più importante, è che senza valore legale del titolo è più facile creare una nuova Università e/o nuovi corsi di studio . Senza sottostare alle regole, alle autorizzazioni e alle lentezze del Ministero. Si può costituire un ente, chiamarlo Università, offrire corsi di studio che portano alla “laurea”, e cercare di accreditarli. Se l’accreditamento sarà difficile come avere l’approvazione del Ministero, non cambierà molto rispetto ad ora. Se l’accreditamento sarà più semplice o non necessario, allora le cose cambieranno parecchio.

Di questo si parla in realtà quando si discute di valore legale del titolo di studio: rendere più semplice far nascere nuove Università e nuovi corsi di studio.

Non è facile decidere se sia bene o male, ma certo conviene capire cosa sia veramente in ballo.