Ma il senso è un altro

Questa foto da qualche giorno gira sui social network. È Jeff Bezos alla sua scrivania, nel 1999. E il significato che viene dato nei commenti alla foto è: “anche se tutto sembra andare male, non devi arrenderti mai“. 19 anni dopo, Bezos è l’uomo più ricco del mondo.

Ma il senso della foto è diverso: “anche se sei sulla carta uno degli uomini più ricchi del mondo, rimani frugale e non smettere di pedalare“. Nel 1999 Amazon valeva già 30 miliardi di dollari, era quotata in borsa da più di due anni e Bezos possedeva circa un quarto delle azioni. Altro che non arrendersi mai, stava già vincendo tutto. La foto è tratta dal servizio che fece il programma CBS 60 minutes nel quartier generale di Amazon a Seattle. L’understatement è completamente intenzionale. Il servizio completo è qui sotto.

Intervista a Community – Rai Italia – su nanoelettronica con materiali 2D

Questa è una breve intervista nella trasmissione Community del canale Rai Italia, dedicato agli italiani all’estero. Mi piace sempre cercare di comunicare il senso della ricerca che facciamo al pubblico generale (che indirettamente paga il conto).

La cosa difficile per me è evitare affermazioni senzazionali e allo stesso tempo non essere troppo noioso, essere accurato ma non apparire pedante, far capire che è normale che solo una piccola frazione della ricerca di frontiera porti a una innovazione tecnologica nel mondo reale.

Sopratutto, narrazione a parte, nell’evoluzione della scienza e della tecnologia ciascun gruppo di ricerca in realtà dà un piccolo contributo a una storia molto più grande, a cui partecipano decine di migliaia di persone. Lavoriamo da alcuni anni sulla nanoelettronica con materiali bidimensionali e ancora lavoreremo, esaltati dalle grandi potenzialità e alle prese con i numerosi problemi.

Lavori che scompariranno

Sappiamo che molti lavori scompariranno, sostituiti dal software e dall’automazione industriale (i robot, come si usa dire adesso). Non è una tendenza nuova. Ma quanti?

Un’analisi molto articolata, usando i dati della recente inchiesta sulle abilità degli adulti nei paesi OCSE, stima che sia ad alto rischio di scomparsa circa il 10% dei posti di lavoro, e a rischio di forte riduzione del numero di addetti circa il 40% dei posti di lavoro.

Il rapporto indica tutti i dettagli del metodo di estrazione di questi numeri,  ma in realtà ci dice solo che la tecnologia consente di sostituire questi tipi di lavoro, non quando la cosa avverrà.

Ma la tendenza è evidente. Credo che la questione urgente sia come ci si prepara. Come si prepara una nazione, come si prepara una città, come si prepara una ragazza o un ragazzo.

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Possibilità di automazione dei lavori nei paesi OCSE, figura estratta da Z. Darvas, G. B. Wolff, “An anatomy of inclusive growth in Europe”, Bruegel 2016 su dati di Arntz et al., 2016.

Improbabile Rock Star

Ecco, secondo me tutta la stoffa di Phil Collins si vede nel Live Aid dell’85.

Con una luce impietosa, un abbigliamento ridicolo, la fama da traditore del rock vero, dei capelli tristissimi, delle riprese quasi oscurate, un assolo con uno strumento che non è il suo e che suona con tre dita (facendo anche qualche sbaglio), propone una canzone perfetta come Against All Odds. E spacca.

Phil Collins è tornato a 65 anni con una serie di concerti, un album di singoli, e un’autobiografia. Roba da ragazzi anni ’80, comunque. Ho provato a far vedere il video alle bimbe ma con loro non funziona neanche un po’.

Eccezione Italia

Di nuovo sull’uso delle capacità delle persone nel lavoro. Questa figura è estratta dal rapporto Skills Outlook 2013 dell’OCSE: indica per ogni paese l’uso della capacità di lettura nel lavoro e la produttività di ogni ora lavorata (ho aggiunto un cerchietto rosso intorno al dato corrispondente all’Italia).

L’Italia sembra proprio un’eccezione, un “outlier” statistico. Questo dato è consistente con quello che mostravo pochi giorni fa sul sottoimpiego dei lavoratori italiani, ed è una cosa di cui sono convinto. Mi sorprende il fatto che non si rifletta in una penalizzazione sulla produttività, ma non riesco a darmi una spiegazione evidente e vorrei capire meglio come sono stati raccolti i dati.

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Innovazione in cucina

Il numero di brevetti ottenuti è un indice forte della capacità di introdurre nel mercato prodotti ad alto valore aggiunto. Lo “state of innovation” report del 2016 di Thomson Reuters valuta la capacità di innovazione in alcuni settori industriali sulla base dei brevetti ottenuti ogni anno.

Per quanto si parli di casa intelligente, il 43% dei brevetti internazionali depositati nel 2015 relativi alla casa sono legati alla cucina (?). Più di pulizie, domotica, climatizzazione, cura della persona.

La cucina è italiana o francese, no? Beh però a brevettare in cucina sono sopratutto asiatici. Tra le prime 10 solo una tedesca. Italiani e francesi molto, molto più giù.

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Top 10 Kitchen Innovators in Europe (from State of Innovation 2016 Report

Luigi Zingales in Conversations with Tyler

Ho ascoltato qualche giorno fa Luigi Zingales nel podcast di Tyler Cowen, e ho visto che il video è disponibile su Youtube.

È davvero una bella conversazione, pensata e svolta non a favore di un grande pubblico televisivo italiano, ma per un piccolo pubblico ricercato americano (George Mason University). Cambiano i toni, i ragionamenti si fanno con maggiore respiro, senza cercare la battuta a effetto a tutti i costi. È la cosa che preferisco dei podcast migliori.

Zingales è stato brillante su uno spettro ampio di temi: lo stato dell’economia e della politica in Italia, le differenze culturali tra Italia e Stati Uniti, il brigantaggio meridionale, Trump, l’Euro e il debito pubblico italiano, Starbucks e i caffè italiani. Non sono d’accordo su tutto, ma vale la pena ascoltarlo.

La trascrizione completa dell’intervista è qui, con un link all’audio e al video.

I lavoratori italiani sono di gran lunga sotto impiegati

La figura qui sotto è presa dal rapporto OCSE 2016 sul lavoro (OECD 2016 Employment Outlook). Si basa su un indagine delle competenze della popolazione e delle competenze usate nel lavoro in 33 paesi, attraverso più di 150.000 interviste ad adulti tra i 16 e i 65 anni.

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L’Italia è in fondo alla classifica per le competenze linguistiche (cioè comprensione del testo e capacità di scrivere nella propria lingua) e numeriche. È in compagnia di Grecia, Spagna e Israele, ma a guardar bene non è poi molto lontano dai grandi paesi europei.

Più gravemente, per l’Italia le competenze medie richieste nel lavoro (indicate con il rombo nero) sono molto minori dalle competenze medie della popolazione (la barra blu). Cioè: i lavoratori italiani sono in media ampiamente sotto impiegati.

Da tanto tempo credo che questo sia il punto di partenza per capire la scarsa competitività nazionale, il poco interesse della politica per l’istruzione, le paghe basse, e anche l’emigrazione di laureati.

Ma una risorsa sotto-utilizzata è anche una evidente opportunità: come fare per usarla meglio?

L’Università di Pisa deve essere ambiziosa.

Italy from the ISS - Photo by Tim Peake
Italy from the ISS – Photo by Tim Peake

Pisa è una piccola città con una grande storia ma un limitato tessuto economico. L’Università di Pisa deve essere una grande research university o è destinata al ruolo di università di provincia. È un obiettivo di cui sono convinto ed è l’unico elemento che può rendere l’Università di Pisa un’istituzione guida nel Paese. L’ambizione è quindi necessaria.

È un aspetto di forte distinzione nei programmi elettorali: il Prof. Paolo Mancarella, nella prima pagina del suo programma, propone invece una terza via intermedia tra research university e teaching university. È una scelta che considero sbagliata e poco ambiziosa, perché dissiperebbe un patrimonio che invece dobbiamo valorizzare.

Esiste una definizione comunemente accettata di research university, usata per esempio negli Stati Uniti da parte della Carnegie Classification of Institutions of Higher Education: research university sta per “doctoral university with very high research intensity” (R1) cioè università dove si fa una ricerca intensa oltre alla formazione nei tre livelli, non in alternativa. È il modello più giusto per l’Università di Pisa: una ricerca forte e competitiva sul piano internazionale che arricchisce e informa un insegnamento di elevata qualità.

È un’ambizione necessaria per avere più risorse: l’ultima assegnazione di ricercatori senior a tempo determinato ha attribuito 50 posti all’Università di Bologna, 39 all’Università di Padova e 23 all’Università di Pisa, sulla base dei risultati della valutazione della qualità della ricerca 2004-2010. Nella versione 2015 della classificazione, uscita a febbraio 2016, ci sono 115 research university “R1” negli Stati Uniti: molte di esse seguono l’Università di Pisa nelle classifiche internazionali. Partiamo da qui, non possiamo puntare in basso.

Le Università Italiane di maggiore prestigio, con cui dobbiamo confrontarci alla pari, si pongono chiaramente come Università di ricerca. La Statale di Milano è nella League of European Research Universities, formata da 21 Università europee di prestigio come Cambridge, Oxford, Leuven, Heidelberg, Leiden, Parigi UPMC. Le Università di Padova e Bologna enfatizzano la loro natura di Università di Ricerca.

Infine, è un’ambizione necessaria per svolgere la missione didattica nel miglior modo possibile in uno scenario di forte cambiamento. Il prestigio e le risorse associate all’essere una grande università di ricerca consentiranno a Pisa di esercitare una forte attrazione nei confronti degli studenti più motivati in tutto il territorio nazionale. Un bacino di attrazione nazionale è irrinunciabile.

 

Come guidare l’Università di Pisa tra i primi 100 atenei del mondo

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Photo credits Gunther Hagleitner from Flickr

Guidare l’Università di Pisa tra i primi 100 atenei del mondo nelle classifiche internazionali è uno dei miei obiettivi di governo. Ecco come si può fare.

Non serve dire che le classifiche internazionali sono sbagliate o inutili. Tutti le guardano. Tutti sbandierano i risultati che ottengono se sono positivi.

Le classifiche di rilievo sono tre. ARWU (Shanghai Ranking) ci vede in posizione 151-200, ed è quella più stabile, perché ha una forte memoria storica. Nella classifica QS (Quacquarelli Symonds) siamo in posizione 367, con piazzamenti tra i primi 100 e i primi 400 in sole 13 discipline su 42. Nella classifica THE (Times Higher Education) siamo in posizione 470. Siamo scesi molto negli ultimi anni nelle classifiche QS e THE, per vari motivi, ma possiamo risalire più facilmente perché i risultati recenti contano di più.

È fondamentale agire su tre piani diversi, con diversi orizzonti temporali, costituendo una task force permanente su ranking e miglioramento.

  1. L’analisi e la verifica dei parametri dei ranking sono necessarie per le classifiche QS e THE, per fornire dati coerenti con la definizione dei parametri e nell’interesse della reputazione dell’Ateneo. Verificare con cura i dati forniti può avere effetti enormi: per esempio il Politecnico di Dresda, in Germania, è balzato dalla posizione 251-275 della classifica THE nel 2014, alla posizione 135 nel 2015.
  2. Rilanciare la qualità e la quantità della ricerca di tutti con un reale supporto istituzionale e segnalando chiaramente che si tratta di una priorità per l’Ateneo. Le classifiche valutano la produzione scientifica media per docente e il numero totale di citazioni. Abbiamo bisogno di creare una struttura di supporto vera e robusta per i finanziamenti competitivi europei, che trasformi in senso istituzionale “l’arte” di acquisire risorse di molti colleghi. Dobbiamo segnalare la priorità della ricerca con riconoscimenti di merito e incentivi economici ai docenti di maggiore successo e dando maggiore peso ai risultati e agli obiettivi della ricerca nella distribuzione delle risorse e nel reclutamento. Il reclutamento di docenti dall’esterno, necessario per legge, deve essere usato per dare forza all’Ateneo con un meccanismo che non sottragga risorse, neanche indirettamente, al meritato sviluppo di carriera di coloro in servizio.
  3. Elevare il prestigio e il “brand” del nostro Ateneo attraverso un forte potenziamento della comunicazione, delle relazioni istituzionali e delle attività di formazione, ricerca e trasferimento tecnologico in collaborazione con altre università di prestigio e imprese. La classifica QS attribuisce il 50% del punteggio complessivo sulla base di un grande sondaggio che coinvolge decine di migliaia di docenti universitari e datori di lavoro in tutto il mondo. La classifica THE attribuisce a sondaggi simili su ricerca e didattica un peso totale del 33%. Il nostro Ateneo deve essere citato più spesso e per più discipline nell’ambito del sondaggio.

In conclusione, mi aspetto che i risultati dell’azione 1 arrivino entro uno-due anni e debbano essere conservati con attenzione nel seguito del mandato, mentre i risultati delle azioni 2 e 3 siano visibili a partire dal terzo anno e aumentino mantenendo l’impegno nel tempo.