Lavori che scompariranno

Sappiamo che molti lavori scompariranno, sostituiti dal software e dall’automazione industriale (i robot, come si usa dire adesso). Non è una tendenza nuova. Ma quanti?

Un’analisi molto articolata, usando i dati della recente inchiesta sulle abilità degli adulti nei paesi OCSE, stima che sia ad alto rischio di scomparsa circa il 10% dei posti di lavoro, e a rischio di forte riduzione del numero di addetti circa il 40% dei posti di lavoro.

Il rapporto indica tutti i dettagli del metodo di estrazione di questi numeri,  ma in realtà ci dice solo che la tecnologia consente di sostituire questi tipi di lavoro, non quando la cosa avverrà.

Ma la tendenza è evidente. Credo che la questione urgente sia come ci si prepara. Come si prepara una nazione, come si prepara una città, come si prepara una ragazza o un ragazzo.

potential_for_automation_of_jobs
Possibilità di automazione dei lavori nei paesi OCSE, figura estratta da Z. Darvas, G. B. Wolff, “An anatomy of inclusive growth in Europe”, Bruegel 2016 su dati di Arntz et al., 2016.

Eccezione Italia

Di nuovo sull’uso delle capacità delle persone nel lavoro. Questa figura è estratta dal rapporto Skills Outlook 2013 dell’OCSE: indica per ogni paese l’uso della capacità di lettura nel lavoro e la produttività di ogni ora lavorata (ho aggiunto un cerchietto rosso intorno al dato corrispondente all’Italia).

L’Italia sembra proprio un’eccezione, un “outlier” statistico. Questo dato è consistente con quello che mostravo pochi giorni fa sul sottoimpiego dei lavoratori italiani, ed è una cosa di cui sono convinto. Mi sorprende il fatto che non si rifletta in una penalizzazione sulla produttività, ma non riesco a darmi una spiegazione evidente e vorrei capire meglio come sono stati raccolti i dati.

labour_productivity_and_reading_skills

Iterations: IT and the Internet

Last week Ben Thompson published this long post on Stratechery on the IT Era and the Internet Revolution.

I like this synthetic and important concept:

This is the critical difference between the IT-era and the Internet revolution: the first made existing companies more efficient, the second, primarily by making distribution free, destroyed those same companies’ business models.

The important insight is that in a first phase the widespread use of IT increased productivity and earnings, by streamlining production. But only when IT and Internet streamlined distribution, incumbent companies crumbled down.

Many markets have been completely destroyed and re-built (on a smaller scale) by Internet giants and newcomers.

The newspaper business is a shadow of what it used to be. So are travel agencies and directory companies. Their business model, i.e. the capability to get paid, was enabled by owning distribution (not the mithical means of production).

What will the next step be? My hunch is that it could be “accreditation”. Then it is going to be hard for the Education and Health sectors.

Again, this is a good opportunity for existing Universities and Schools, for Health Companies and Hospitals, to move first.

But it also a good opportunity for newspapers to play a new game.

Luigi Zingales in Conversations with Tyler

Ho ascoltato qualche giorno fa Luigi Zingales nel podcast di Tyler Cowen, e ho visto che il video è disponibile su Youtube.

È davvero una bella conversazione, pensata e svolta non a favore di un grande pubblico televisivo italiano, ma per un piccolo pubblico ricercato americano (George Mason University). Cambiano i toni, i ragionamenti si fanno con maggiore respiro, senza cercare la battuta a effetto a tutti i costi. È la cosa che preferisco dei podcast migliori.

Zingales è stato brillante su uno spettro ampio di temi: lo stato dell’economia e della politica in Italia, le differenze culturali tra Italia e Stati Uniti, il brigantaggio meridionale, Trump, l’Euro e il debito pubblico italiano, Starbucks e i caffè italiani. Non sono d’accordo su tutto, ma vale la pena ascoltarlo.

La trascrizione completa dell’intervista è qui, con un link all’audio e al video.

I lavoratori italiani sono di gran lunga sotto impiegati

La figura qui sotto è presa dal rapporto OCSE 2016 sul lavoro (OECD 2016 Employment Outlook). Si basa su un indagine delle competenze della popolazione e delle competenze usate nel lavoro in 33 paesi, attraverso più di 150.000 interviste ad adulti tra i 16 e i 65 anni.

numeracy_literacy_at_work

L’Italia è in fondo alla classifica per le competenze linguistiche (cioè comprensione del testo e capacità di scrivere nella propria lingua) e numeriche. È in compagnia di Grecia, Spagna e Israele, ma a guardar bene non è poi molto lontano dai grandi paesi europei.

Più gravemente, per l’Italia le competenze medie richieste nel lavoro (indicate con il rombo nero) sono molto minori dalle competenze medie della popolazione (la barra blu). Cioè: i lavoratori italiani sono in media ampiamente sotto impiegati.

Da tanto tempo credo che questo sia il punto di partenza per capire la scarsa competitività nazionale, il poco interesse della politica per l’istruzione, le paghe basse, e anche l’emigrazione di laureati.

Ma una risorsa sotto-utilizzata è anche una evidente opportunità: come fare per usarla meglio?

La primavera delle università e una strategia per il Paese

Photocredits: Jason Swaby from flickr
Photocredits: Jason Swaby from flickr

Questo è il testo di un intervento pubblicato su Il Tirreno del giorno 20 marzo 2016 (pdf qui) sulla giornata della primavera delle Università promossa dalla CRUI, la Conferenza dei Rettori, come #primaverauniversità. Qui ci sono tutti i link attivi

Molti sanno che l’Italia è l’ottava nazione al mondo per prodotto interno lordo. L’Italia è anche la settima o l’ottava nazione al mondo nella ricerca scientifica, a seconda del criterio usato per la classifica. Niente di strano.

Eppure in Italia la ricerca scientifica è finanziata con l’1.26% del PIL, mentre la media OCSE è il 2.36% del PIL. Meno di noi, solo la Grecia, la Turchia, il Cile, la Polonia, la Slovacchia, il Messico e il Lussemburgo. La spesa nazionale nel sistema universitario, dove si fa la gran parte della ricerca scientifica italiana, è in Italia lo 0.9% del PIL, contro l’1.5% della media OCSE. Meno di noi solo il Lussemburgo.

Ma siamo ottavi, no? Quindi va tutto bene.

Il problema non si vede se si guarda un solo fotogramma. Si vede se si fa scorrere il film. Il sistema universitario italiano si sta contraendo e rischia l’implosione. Il disinvestimento massiccio dal 2007 al 2013 ha ridotto il numero di immatricolati del 13%, il personale del 13%, il finanziamento pubblico alle università del 18% e al sostegno diretto agli studenti del 16%. In realtà, la ricerca scientifica per ora tiene con grandi e crescenti difficoltà, mentre l’obiettivo di avvicinare la percentuale di italiani con laurea al livello dei paesi più avanzati si allontana.

La temperatura febbrile delle Università italiane negli ultimi mesi testimonia una diffusa consapevolezza dei problemi e un disagio eccezionale. Il rischio di perdita di competitività è allarmante per la Conferenza dei Rettori, che ha dedicato il primo giorno di primavera a una serie di iniziative in tutti gli atenei per discutere proposte per il necessario rilancio del sistema universitario italiano.

È davvero una questione strategica per il Paese.

Senza alcuna retorica, la ricerca scientifica italiana e la formazione dei nostri laureati sono tra i nostri pochi punti di forza nazionali adeguati a un grande Paese. Ottavi. Possono fare da traino per lo sviluppo sociale ed economico del Paese. Devono e possono guidare lo sviluppo industriale dell’Italia nella Società della Conoscenza. Le Università più forti, Pisa tra esse, devono assumere il ruolo di guida nazionale.

L’Università italiana di oggi è molto diversa da quella di trenta anni fa. Negli anni, i settori aperti a un vero confronto di merito internazionale sono diventati largamente maggioritari. La professionalità del personale docente, tecnico e amministrativo è cresciuta sensibilmente adeguandosi a un’organizzazione sempre più complessa. Molto ancora si può migliorare, e il confronto internazionale fornirà ancora lo stimolo necessario.

Ora però servono più risorse per recuperare forza. Altrimenti il rischio di un indebolimento non recuperabile diventerà una certezza, e si indeboliranno di conseguenza anche i poli di ricerca non accademici. Il sistema universitario italiano va finanziato molto di più e va accompagnato in un percorso di crescita. Buona primavera alle Università!

Cervelli in fuga dal sistema della ricerca italiana?

Cogliendo ogni occasione, giornali e altri media ci ricordano – neanche tanto sottilmente – che “i migliori scienziati del paese sono dovuti andare via dall’Italia”.

Ebbene, non è vero .

Poiché sono parte in causa e non voglio usare troppo spazio, mi limito a un argomento oggettivo, che chiunque può verificare.

C’è un censimento interessante compilato da VIA Academy, un’associazione di scienziati italiani all’estero: è la lista dei top italian scientists (TIS) . È una lista che non ha alcun valore ufficiale, ma si può compilare in modo quasi automatico, con dati verificabili.

La lista TIS è definita – arbitrariamente e in piena autonomia – come la lista degli scienziati di nazionalità italiana con fattore di Hirsch (h-index) maggiore di 30.

L’h-index è una misura imprecisa dell’impatto di uno scienziato – cosa veramente difficile da definire e da misurare – ma ormai è piuttosto diffusa a livello internazionale (lo trovate di chiunque su scholar.google.com). Per capirci, se un ricercatore ha un h-index uguale a 31, vuol dire che è stato autore o coautore di almeno 31 articoli ciascuno dei quali ha ricevuto almeno 31 citazioni.

Ovviamente, la lista è contestabile. Alcuni credono che l’impatto di uno scienziato non si possa quantificare. Altri che l’h-index non sia l’indice giusto (per esempio, non considera il numero di coautori di ciascun articolo). Altri ancora, che la lista usi male l’indice (per esempio usando l’h-index per definire l’impatto indipendentemente dalla disciplina e dall’età dello scienziato).

Hanno tutti ragione, ma probabilmente non abbiamo niente di meglio per ordinare liste di decine di migliaia di scienziati. E poi la lista c’è già, grazie a VIA-Academy. Quindi usiamola come riferimento, senza prenderci troppo sul serio.

Consideriamo la lista aggiornata al 10 settembre 2015: nella lista ci sono in tutto 3480 scienziati, di cui 2837 lavorano in Italia, e 75 hanno una doppia affiliazione presso un’istituzione italiana e una straniera. Anche non contando questi ultimi, più dell’80% dei top italian scientist lavorano in Italia (81.52%).

Ma allora perché si è imposta una vulgata non supportata dai fatti?

A vedere solo buonafede: per una scarsa attenzione ai numeri e un’attenzione eccessiva agli episodi e alle storie, alla “narrazione”. Oppure perché ci si concentra sui primi dieci della lista (5 dei primi 10 lavorano all’estero). Ma poiché ci sono decine di migliaia di scienziati in italia, non si coglie una tendenza basandosi su quello che fanno alcune star.

Sulla narrazione, cito sfacciatamente una cosa scritta qualche mese fa

Attenzione, non voglio dire che non ci siano problemi. Ce n’è uno in particolare enorme e molto preoccupante: L’emigrazione netta di laureati, in tutte le discipline.

Si tratta di un problema completamente diverso, legato alla struttura industriale, sociale ed economica del nostro paese. Tanto per cambiare, anche in quel caso i giornali e i politici non vogliono cogliere il punto.

Cerco di raccogliere qualche dato per un post a parte.

 

[1] “scienziato” si scrive con la minuscola, è un mestiere fatto da centinaia di migliaia di persone nel mondo.

Nella foto di Mario De Biasi: Enrico Fermi e Bruno Pontecorvo. Link

Miti e leggende sui finanziamenti da industrie e fondazioni private

È ovvio, vero, che il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston o l’Università della California a Berkeley in proporzione raccolgono molti più finanziamenti da imprese e da organizzazioni private di quanto facciano le università europee? E non parliamo poi delle italiane!

Lo sanno tutti, no?

No. È una favola.

La figura in alto mostra per alcune università americane, europee e italiane la percentuale delle entrate da industrie e organizzazioni private sul totale delle entrate. I dati sono presi dai bilanci pubblicati relativi all’anno 2014 (per l’Univ. Pisa il 2013).

Le entrate da industrie e organizzazioni private comprendono la somma delle entrate per  ricerca commissionata, per servizi, per contributi alle attività di ricerca e di didattica.

Dunque, tale quota è per l’MIT il 5% delle entrate totali (194 milioni di dollari). Se togliamo dal bilancio dell’MIT le entrate del Laboratorio Lilcoln per la sicurezza nazionale, finanziato dal governo e dalle forze armate con più di 800 milioni di dollari all’anno, la quota sale al 6.3%.

Per Berkeley la percentuale è un po’ più alta:  7.2%. Berkeley è un’università generalista, ma vicina a Silicon Valley. Per una land-grant University come Purdue, in Indiana – lontano dai principali centri di innovazione industriale del paese – è il 4.1%.

In Europa la quota delle entrate provenienti da industrie e privati è simile o più alta. Come ci si può aspettare, i politecnici hanno una percentuale maggiore, per la loro affinità alle attività industriali: il Politecnico di Monaco di Baviera (TUM) è all’11.2 % (se si scorpora dal bilancio l’ospedale ) e il Politecnico di Milano è al 15.4%. L’Università di Cambridge, che non è un politecnico ma ha una particolare vocazione scientifico-tecnologica, è al 14.5%, con circa 140 milioni di sterline. Per Cambridge almeno i due terzi di questa cifra vengono dalla generose fondazioni: per esempio, 48 milioni dal Wellcome Trust, e 32 milioni da Cancer Research UK. La scuola superiore S. Anna, che è un ateneo sui generis perché non dà titoli di laurea, ha comunque una natura politecnica ed è al 6.7%.

Le altre università europee nella lista sono generaliste, e sono comunque vicine alla percentuale delle americane: Ludvig Maximilian di Monaco il 4.6% (escludendo l’ospedale), Bologna il 4%, Pisa il 2.7%.

I numeri completi sono riportati nella tabella  in calce al post.

Qualche commento finale:

  • Raramente il finanziamento da industrie e da fondazioni private supera il 10% del totale delle entrate. Nessuna università si è svenduta ai privati, dunque. Per tutte le Università di prestigio le entrate arrivano in parte principale dallo stato, sotto forma di finanziamento ordinario o “appropriation” (solo per le università pubbliche) e di ricerche e/o servizi commissionati o attribuiti con bandi competitivi. Dai 3 miliardi di dollari di entrate dell’MIT (escluso il laboratorio Lilcoln), una fondazione privata, circa 194 milioni sono da industria e privati, e circa 324 milioni dalla tasse di iscrizione. Il resto sono fondi di ricerca pubblici in primis e poi rendite degli investimenti (“l’endowment”)
  • La quota di finanziamento da industrie e fondazioni in Italia è simile a quella delle università nei primi posti dei ranking internazionali. Sono i valori assoluti di tutti i finanziamenti ad essere troppo bassi. Di conseguenza, il finanziamento pubblico alla ricerca – che deve essere la quota maggiore – è particolarmente carente.
  • In assenza di incremento di finanziamento pubblico alla ricerca, sembra realistico puntare a finanziamenti da industrie e fondazioni intorno al 5% per un’università generalista.
University Reference year Total Revenues Revenues from Industry and Private Foundations %priv/tot
MIT 2014 3884 MUSD 194 MUSD 5.0
MIT (no Lincoln Lab) 2014 3055.3 MUSD 194 MUSD 6.3
University of California Berkeley 2014 2624.3 MUSD 188.3 MUSD 7.2
Purdue University 2014 2290 MUSD 94.6 MUSD 4.1
Univ. Cambridge UK 2014 962.4 MGBP 140 MGBP 14.5
LMU Munich (no hospital) 2014 579.2 MEUR 26.7 MEUR 4.6
TU Munich 2014 1258 MEUR 86.3 MEUR 6.9
TU Munich (no hospital) 2014 718 MEUR 80.12 MEUR 11.2
Univ. Pisa 2013 330 MEUR 9.05 MEUR 2.7
Scuola Superiore S. Anna Pisa 2014 64.7 MEUR 4.31 MEUR 6.7
Politecnico di Milano 2014 423.3 MEUR 65 MEUR 15.4
Univ. Bologna 2014 750 MEUR 29.8 MEUR 4.0

 

 

Alcune note per una visione ambiziosa e realistica dell’Università di Pisa

L’avvicinarsi delle elezioni del nuovo Rettore è un’occasione per riflettere e discutere su come vogliamo che evolva la nostra Università. In questo spirito, le sintetiche note che seguono sono un inizio di riflessione, nella consapevolezza che ciascun punto richiederebbe un trattamento più approfondito e una discussione separata.

È vero che le decisioni e le relative attuazioni dipendono da molti fattori esterni e dal consenso nei processi democratici interni. Non di meno, è importante che ci sia una visione chiara, condivisa e realistica della direzione in cui condurre l’Università, in modo da comporre in modo coerente le forze interne e le occasioni propizie provenienti dall’esterno. Credo che il nuovo Rettore debba essere eletto per la nostra fiducia nella sua visione e nel suo impegno a realizzarla.

A mio parere, una nuova visione per l’Università di Pisa deve tenere conto di alcuni dati di fatto che si sono manifestati con chiarezza negli ultimi anni:

  • A livello nazionale, non è realistico che ci sia un aumento cospicuo delle risorse destinate al sistema universitario, data la situazione della finanza pubblica.
  • A livello internazionale, il sistema universitario sta diventando sempre più globale. La mobilità degli studenti e dei lavoratori della conoscenza è aumentata, i percorsi educativi in nazioni diverse sono ormai confrontabili. L’attenzione della politica e dell’opinione pubblica in tutti i paesi alle classifiche internazionali delle università è un effetto di questo processo.
  • Il prestigio di un Ateneo non si basa più solo sulla formazione della classe dirigente (un tempo), o sulla formazione dei lavoratori della conoscenza (più recentemente), ma sempre più sull’impatto dell’Università sulla vita sociale, economica e culturale della nazione. Il prestigio è prezioso, perché favorisce l’acquisizione di risorse da finanziatori pubblici e privati, con cui accrescere ancora impatto e prestigio. Su questo ciclo virtuoso si basa la forza delle migliori università del mondo.

In questo contesto, credo che sia fondamentale che il nostro Ateneo punti con decisione al modello delle grandi Università di Ricerca[1].

Il motivo è semplice: solo le grandi università di ricerca riusciranno in un sistema universitario globale a mantenere identità riconoscibile e prestigio, e quindi ad acquisire le adeguate risorse economiche e umane. È l’unico modo di innescare il ciclo virtuoso che consente agli studenti di ottenere un’educazione migliore e un titolo più apprezzato, ai ricercatori e agli studiosi di svolgere un lavoro migliore, al paese di crescere culturalmente, economicamente, socialmente. L’alternativa è pericolosa, perché per lo stesso meccanismo, una iniziale perdita di prestigio può portare a un’accelerazione verso il basso.

Con quali risorse? L’aspetto su cui possiamo realisticamente agire è l’acquisizione di risorse proprie, in termini di ricerche commissionate, ricerche con finanziamenti competitivi e offerta didattica complementare.

Le nostre risorse proprie sono molto minori di quelle delle acclarate grandi università di ricerca. Per esempio, l’Università di Pisa e l’Università di Cambridge sono confrontabili per numero di docenti, per numero di laureati, e per finanziamento pubblico di base (246.2 milioni di euro per Pisa, 178.6 milioni di sterline per Cambridge)[2]. L’Università di Pisa ha raccolto nel 2013 circa 27.5 milioni di euro dalla ricerca, mentre l’università di Cambridge 371.8 milioni di sterline. È vero che il Research Council e le fondazioni del Regno Unito (soprattutto la Royal Society) sono molto più generose del nostro ministero in termini di finanziamenti alla ricerca, e che Pisa ha molti più studenti. Però, anche solo considerando i programmi quadro della Commissione Europea, l’Università di Cambridge ha raccolto più di 6 volte i finanziamenti raccolti dall’Università di Pisa.

È necessario incrementare notevolmente gli importi raccolti con le ricerche commissionate e le ricerche con finanziamenti competitivi. Una serie di misure concertate potrebbero renderla una priorità dell’Ateneo:

  • Forte supporto centralizzato ai dipartimenti, ai docenti, e al personale amministrativo;
  • Coordinamento di azioni collettive e creazione di strutture ad hoc per poter accedere ai grandi finanziamenti e stabilire accordi strategici con grandi organizzazioni, non accessibili ai singoli gruppi di ricerca.
  • Allineamento degli incentivi per le strutture e per i singoli a questo obiettivo, in modo da liberare le energie e le eccellenze di cui l’Università già dispone, focalizzarle sullo sviluppo dell’Ateneo, e permettere loro di lavorare al meglio.
  • Coordinamento centralizzato di iniziative di raccolta fondi per lo svolgimento di ricerche di interesse pubblico.

Credo che sia realistico l’obiettivo di raddoppiare il totale dei fondi raccolti per la ricerca in cinque anni.


Le classifiche internazionali sono parziali, incomplete e a volte deformi. Ma sono l’effetto di un sistema effettivamente globalizzato in cui il singolo può decidere dove studiare per la laurea triennale, dove studiare per la laurea magistrale, e la singola organizzazione può decidere con quale ateneo stabilire un rapporto privilegiato. Essere in alto in tali classifiche ha una forte correlazione con l’essere rinomati su scala globale, per ricerca e per prestigio.

Reperire maggiori risorse e allineare gli incentivi può consentire di incrementare l’impatto in qualità e quantità della ricerca dell’Ateneo.

Un altro aspetto fondamentale, nell’era dell’informazione, è il prestigio dell’Università nella comunità universitaria e nell’opinione pubblica. Aumentare il prestigio richiede una moltiplicazione degli sforzi di comunicazione interna ed esterna, la promozione continua dei migliori risultati raggiunti da tutti i membri della comunità, l’impegno in attività di divulgazione tra il pubbico (outreach), e in altre attività che abbiano impatto sulla vita culturale e sociale della nazione. Tra esse ci sono senz’altro le attività che costituiscono la cosiddetta terza missione, in cui la nostra università è cresciuta molto negli ultimi anni e in cui ancora c’è ancora molto spazio per crescere. La terza missione può rendere il nostro Ateneo il motore principale della cultura e dell’innovazione industriale nella nostra regione e uno dei maggiori del paese.

Non è semplicemente accettabile che piccole realtà appaiano confrontabili o addirittura migliori del nostro Ateneo agli occhi dell’opinione pubblica. Se tutta la comunità universitaria fosse chiamata a partecipare a questo impegno, si potrebbe accrescere o in alcuni riscoprire l’orgoglio di far parte di questa Università.


La didattica trarrebbe forti vantaggi dall’impegno sul fronte della ricerca e del prestigio. Considerare didattica e ricerca come priorità alternative non ha riscontro nella realtà: per esempio, la classifica internazionale degli atenei del Times Higher Education per la didattica è fortemente correlata con quella per la ricerca. Perché, nel tempo, risorse e prestigio consentono di attirare e supportare gli studenti, docenti e non docenti più motivati.

L’aumentata mobilità degli studenti fa sì che siano sempre più frequenti i casi che laureati di un ateneo decidano di conseguire la laurea magistrale in un’altra università. È quindi importante trattare e promuovere i corsi di laurea magistrale come percorsi educativi autonomi, farli conoscere e proporli alla più ampia platea possibile di studenti, renderli uno dei principali fattori di attrazione per l’Università.

I corsi di laurea e laurea magistrale del nostro ateneo sono più di 100. È fondamentale sperimentare innovazioni su alcuni corsi di laurea. Per esempio, è utile proseguire con l’offerta degli insegnamenti in inglese, è utile sperimentare i corsi in collaborazione con altri atenei e fuori Pisa, i corsi a distanza, le summer school, la cosiddetta educazione continua, i master. Nello spirito della sperimentazione, sarà veramente importante stabilire dei criteri di successo e monitorare ogni esperimento, per estendere prontamente ciò che funziona e interrompere ciò che non funziona.

Alcune forme di didattica innovativa, quali master e corsi di educazione continua per chi già lavora o ha lavorato, rappresentano una risposta diretta dell’università alle esigenze del mondo del lavoro e sono un’opportunità importante sia per migliorare l’impatto dell’università sulla società, sia per incrementare le risorse proprie. Anche in questo caso, è fondamentale riallineare gli incentivi dei singoli e delle strutture agli interessi dell’Ateneo e del territorio.

È fondamentale per i nostri studenti potenziare ancora le attività di job placement per tutti i titoli di studio, incluso il dottorato, e attivare iniziative per seguire gli studenti dopo gli studi e negli anni del lavoro, coltivare negli anni il legame tra ex-alunni e università, fare dell’orgoglio dei nostri ex-alunni la migliore testimonianza del nostro lavoro. Inoltre, è necessario usare queste attività per raccogliere nuovi elementi di conoscenza che informino la progettazione e l’evoluzione dell’offerta didattica.


Infine credo sia fondamentale per il nuovo governo dell’Ateneo curare lo sviluppo del personale docente e non docente, attraverso un piano di sviluppo condiviso e un assetto organizzativo che valorizzi le capacità e le prerogative di ciascuno.

Le sfide che l’Università di Pisa dovrà affrontare nel nuovo scenario internazionale saranno ardue e complesse: è necessario che ciascuno di noi usi al meglio le proprie capacità facendo ciò che sa fare meglio.

È importante che il personale docente si possa concentrare sulla didattica e sulla ricerca, nello svolgimento delle attività quotidiane e nella progettazione e guida della didattica e della ricerca. È importante che il personale amministrativo e tecnico si possa concentrare sul funzionamento della macchina amministrativa e tecnica con adeguata autonomia esecutiva. Sembrano cose ovvie, ma spesso vediamo colleghi docenti esasperati per le numerose pratiche burocratiche e amministrative di cui si devono fare carico, e colleghi non docenti altrettanto esasperati per l’affidamento di responsabilità amministrative e organizzative a docenti poco interessati e inclini al ruolo.

Il miglioramento dell’assetto organizzativo richiede da un lato un ulteriore deciso snellimento delle procedure e dei regolamenti, e dall’altro una chiara ed efficiente attribuzione dei ruoli e dei compiti, sia tra dipartimenti e amministrazione centrale, sia tra docenti e non docenti. Il prestigio e la credibilità dell’Università come motore dell’innovazione in Italia richiede anche che l’Università sia un modello per assetto organizzativo e per efficienza delle procedure organizzative e operative, sfruttando pienamente l’autonomia di cui gode.

Lo sviluppo del personale è soggetto ai repentini cambiamenti di linea del legislatore. Per questo motivo è importante avere priorità chiare, in modo da utilizzare in modo coerente – con un piano condiviso – le occasioni di azione concesse dal legislatore e dal governo nazionale.

È importante allineare le priorità di sviluppo del personale al modello di università che vogliamo, superando l’ancoraggio prevalente al fabbisogno didattico, che si addice più a una teaching university. Per essere stabilmente tra le grandi università del mondo, dobbiamo avere priorità adeguate, allineare gli incentivi dei singoli al nostro modello di Università, procedere di conseguenza allo sviluppo del personale.

L’ultimo punto è dedicato a chi non voterà per il futuro Rettore. L’età media di ingresso nei ruoli è troppo alta, per responsabilità soprattutto del legislatore. Il problema è drammatico, perché è raro il personale di ruolo con meno di quaranta anni. Sarà importante che il nuovo Rettore porti l’Ateneo a una soluzione condivisa, che attenui la vacanza generazionale che si è creata.

Come avevo anticipato, si tratta di note sintetiche e incomplete, di un inizio di riflessione su aspetti che discutiamo raramente, presi come siamo dallo svolgimento del lavoro quotidiano. Ma tra meno di un anno si voterà per un nuovo mandato rettorale, ed è il momento alzare lo sguardo verso il futuro.

[1] Nella classificazione Carnegie, l’università di Pisa è già una VH/RU (Research University with Very High research Activity). Delle 4000 istituzioni universitarie americane, 108 sono classificate VH/RU. In questo contesto, per grande università di ricerca intendo una delle migliori VH/RU.

[2] Per Pisa i dati sono relativi al bilancio 2013, per Cambridge all’anno che termina Luglio 2014. Un confronto più dettagliato tra le due Università è su http://www.iannaccone.org/2015/08/28/cambridge-e-pisa/

[photo credits: Herman Rhoids on flickr]

Un confronto tra le Università di Cambridge e Pisa

Cambridge (UK) e Pisa ospitano due delle Università più antiche del mondo, pubbliche, in città universitarie. I ranking internazionali pongono le due università in posizioni molto diverse, tra le circa 17000 istituzioni universitarie nel mondo (di cui circa 4000 negli Stati Uniti):
  • ARWU (Shanghai Ranking) 2015: Cambridge 5a, Pisa: 151-200
  • Times Higher Education 2014-2015: Cambridge 5a, Pisa: 301-350
  • QS World University Rankings 2014-2015: Cambridge 2a, Pisa 245a
  • CWUR 2015: Cambridge 4a, Pisa 295a
Quindi Cambridge è sempre la prima in Europa, Pisa è fra la posizione 2a e 8a in Italia (nel primo 1-2% nel mondo, per vederla positivamente).

 

Un articolo di Giuseppe De Nicolao su ROARS.it molto ripreso dalla stampa d’agosto ha proposto come divertimento serio una variazione della classifica ARWU, in cui i punti nella classifica generale ARWU sono divisi per le spese totali operative dell’Università. Il nuovo punteggio misura quindi il risultato (accademico) per euro di spesa, ed è quindi una misura di ritorno sull’investimento. In questa nuova classifica, Cambridge e Pisa sono praticamente appaiate, rispettivamente al quinto e sesto posto.

 

Non voglio entrare nel merito e nell’interpretazione delle classifiche e delle contro-classifiche.

 

Perché mi incuriosisce il confronto tra Cambridge e Pisa? Come dicevo prima, si tratta di due università antiche, pubbliche e generaliste in città universitarie. Proviamo ora a fare un confronto quantitativo, per poi trarre delle conseguenze in termini di qualità. Per Cambridge, ho escluso i dati relativi alla casa editrice e all’accreditamento per la lingua inglese, per fare un confronto equo.

 

Anno di riferimento 2014
  • Personale docente: Pisa 1497, Cambridge 1649
  • Personale non docente: Pisa 1520, Cambridge 4989
  • Studenti totali: Pisa 46072 (esclusi i dottorandi, alcune centinaia), Cambridge 18977
  • Studenti “undergraduate” (iscritti alla laurea triennale e a ciclo unico): Pisa 30243, Cambridge 11864
  • Studenti “graduate”: Pisa 15829 (esclusi gli studenti di PhD), Cambridge 7113
  • Laureati triennali (Bachelor): Pisa 3620, Cambridge (anno 2012-2013): 3322
  • Lauree magistrali (MPhil): Pisa 2913, Cambridge 1400
  • Dottori di ricerca (PhD): Pisa  (poche centinaia ..) , Cambridge 1051
I numeri del corpo docente e dei laureati sono simili. Si vede poi la predilezione italiana per la laurea magistrale, e la predilezione di Cambridge per il PhD. Inoltre, come in quasi tutte le università italiane, Pisa non applica una selezione in ingresso, ma ha una selezione durante il corso degli studi, mentre a Cambridge c’è una forte selezione in ingresso. Per questo motivo Pisa ha molti più studenti di Cambridge, ma uguale numero di laureati.

 

Passiamo al confronto del bilancio. Considero per Pisa il Bilancio a fine Dicembre 2013, e per Cambridge a Luglio 2014.
  • Contributi dallo stato: per Pisa 246.2 MEUR (milioni di Euro), per Cambridge il contributo HECFE di 178.6 MGBP (milioni di Sterline)
  • Quote di iscrizione degli studenti: Pisa 53.2 MEUR, Cambridge 207.5 MGBP
  • Proventi per ricerche: Pisa 27.5 MEUR (di cui 5.6 MEUR da girare ai partner), Cambridge 371.8 MGBP
  • Redditi diversi e da endowment: Più di 200 MGBP per Cambridge e circa 34.2 MEUR per Pisa.
Francamente mi ha colpito molto: i contributi più o meno fissi dallo stato sono simili; le altre due voci invece sono molto diverse. Tralascio la quarta voce perché un confronto è impossibile.

 

La voce relativa alle quote di iscrizione degli studenti per Cambridge è aumentata di recente per due grandi aumenti successivi delle tasse universitarie, e per quasi la metà è pagata dagli studenti extra europei. Per le Università pubbliche italiane c’è un rigido limite per legge (per i corsi di studio con valore legale), e Pisa sta per scelta sotto tale limite.

 

Ma la differenza più grande sta nei proventi per ricerche: un fattore 10! Vediamo da dove vengono questi proventi:

 

Univ. Pisa:
  • Ricerche Commissionate 6.5 MEUR (quasi tutte da privati)
  • Ricerche da finanziamenti competitivi MIUR 2 MEUR
  • Ricerche da finanziamenti competitivi altri entri pubblici e privati: 7.8 MEUR
  • Ricerche da finanziamenti competitivi Unione Europea: 11.1 MEUR

 

Univ. Cambridge:
  • Research Council 120.8 MGBP
  • UK Charities: 111.26 MGBP
  • Industria nazionale e internazionale: 28.7 MGBP
  • Commissione Europea: 52.6 MGBP

 

Un confronto diretto è difficile, ma è chiaro che i finanziamenti pubblici nazionali si sono prosciugati. Il finanziamento che Cambridge ottiene dal Research Council è sicuramente maggiore di tutto il finanziamento MIUR per il totale delle Università italiane. Anche il finanziamento che Cambridge da sola riesce a ottenere da fondazioni nazionali (Wellcome Trust and Cancer Research UK più di tutte [1]) è probabilmente maggiore del totale disponibile su base nazionale in Italia. Si tratta di differenze dovute al sistema universitario e di ricerca nazionale, su cui una singola Università può poco.

 

Sulle altre due voci c’è più margine di azione e in effetti le differenze sono più ridotte, ma sempre grandi. Per i finanziamenti nell’ambito dei programmi quadro della commissione europea, anche considerando il cambio minimo del 2014 (1 GBP = 1.25 EUR), L’Università di Pisa ottiene dalla Commissione Europea un sesto di quello che ottiene Cambridge. Le cose vanno in modo simile per finanziamenti da privati.

 

È chiaro che il sistema universitario italiano è eccessivamente sottofinanziato. Sulla questione possono agire solo il governo e il parlamento. Considerando il cerchio di influenza di ciascun ateneo, mi pare ci sia ampio margine di miglioramento nella raccolta di finanziamenti dalla Commissione Europea e da privati. Ci sono tantissimi altri spunti, ma per ora ci fermiamo qua.

 

[Photo from tpholland on Flickr (Creative Commons)]
[1] Correzione, in una prima versione avevo indicato la Royal Society come prima UK Charity in termini di donazioni. In realtà sono Wellcome Trust (48 MGBP) e Cancer Research UK (32 MGBP). I Contributi della Royal Society sono compresi in quelli dei Research Council.

Don’t know much about algebra (and language)

Data from the OECD skill survey of adults. Considering adults in the age range: 16-65. We are not talking of PISA tests. These are not just pupils.

  • Numeracy Proficiency: Italy is second last (Spain is Last, Japan is First)
  • Literacy Proficiency: Italy is last (Japan is first again)

Basically, too many people cannot understand written instructions and cannot perform a simple calculation (for example, the interest on their mortgage or their savings account).

Anyway, even adjusting for the level of education, people in the age 16-24 perform better at tests than those in the age 55-64.

Things are slowly improving … (but I already knew it (link in italian) )

The complete OECD Adult Skills Outlook is here

literacy_proficiency

numerical_proficiency

1984 + 29

“There was of course no way of knowing whether you were being watched at any given moment. How often, or on what system, the Thought Police plugged in on any individual wire was guesswork. It was even conceivable that they watched everybody all the time. But at any rate they could plug in your wire whenever they wanted to.”

George Orwell in “1984”

The new wave of media

A whole bunch of new written media outlets have arrived. All experimenting with different business models (subscriptions, donations, sponsors, advertising, conferences, etc).

No surprise: none seems to really work. Frankly, trying to guess who’s gonna make it is almost as much fun as reading them.

My list as of now;

In Italy? Il Post and Linkiesta are the ones I prefer, but basically they are web-only newspapers, betting on advertising. As usual, very little experimentation here.

A few one man shows in the US are thriving. The more specialized the better. Mainly monetising with consulting, books, venture deals. Again, almost nothing of the kind in Italy.

Am I missing something?

A che serve ridurre il costo del lavoro?

Ho sentito stasera l’intervista del Pres. Letta da Fabio Fazio. Ho letto l’articolo di Francesco Forte su Il Giornale di oggi (stimolato dalla lettura della critica su Phastidio).

La connessione diretta tra la riduzione del costo del lavoro e riduzione della disoccupazione, c’è solo se si ha in mente di far concorrenza sul costo del lavoro ai nuovi stati membri dell’Unione Europea. Altro che declino.

Confrontati con le altre economie avanzate della EU il nostro costo del lavoro è già basso [Dati Eurostat di Aprile qui]. Specialmente quello dei giovani.

Se vogliamo considerarci un grande paese, dobbiamo pensare che ridurre il cuneo fiscale – che è veramente alto – sia utile per lasciare più soldi ai lavoratori (e quindi farli spendere di più) ma non per far risparmiare le imprese sul costo del lavoro (perché assumano di più).

Il primo utile effetto sarà quindi dare più soldi a chi già lavora, non ridurre la disoccupazione. La riduzione della disoccupazione può essere un effetto importante ma letteralmente secondario, nel senso che se chi lavora spende di più, l’economia può tornare a crescere assorbendo parte degli inoccupati.

Continuare a legare la riduzione del costo del lavoro all’aumento dell’occupazione è una battaglia di retroguardia nel caso migliore, anche se la richiede Confindustria. Beh, però la presunta correlazione tra la riduzione dell’IMU e natalità è un esercizio di retorica impossibile.

 

Sounds like a good idea

I became a journalist partly so that I wouldn’t ever have to rely on the press for my information

Christopher Hitchens, Hitch 22