Smart cities and regions

È uscito su Il Tirreno (22 marzo 2012) questo mio intervento, con titolo: “Smart city, l’intelligenza va in città”. Qui ci sono tutti i link attivi.

A chi non piace una cosa smart? Intelligente, sveglia. E a chi non piace una smart city, una città intelligente? L’entusiasmo per il concetto di smart cities (declinato al plurale, perché il singolare funziona meno) è a un livello mai visto. Nell’ultimo anno il numero di ricerche su google del termine “smart cities” in tutto il mondo, ha avuto un’impennata da vera bolla (grafico qui).

La discussione sulle smart city è animata dai mezzi di comunicazione, dalle amministrazioni pubbliche, da grandi e piccole imprese nel settore ICT (le tecnologie per l’informazione e la comunicazione)  e da associazioni di cittadini. Come spesso succede in questi casi, ciascuno intende una cosa diversa, e il concetto diventa sempre più vago e sfuggente. Da un lato sembra la panacea di tutto ciò che non funziona nella vita urbana, dall’altro sembra la moda dell’anno.

È quindi importante trovare un nucleo minimo del concetto che sia comune alle diverse interpretazioni. Ciascuno potrà poi colorare la smart city nel modo più congeniale ai propri valori ed esigenze.

La città è un sistema di sistemi: la viabilità urbana, i trasporti pubblici, l’illuminazione pubblica, le acque, le fognature, la gestione dei rifiuti, e molti altri ancora. In una smart city questi sistemi sono a loro volta intelligenti in un senso molto specifico: rilevano i cambiamenti dell’ambiente e delle esigenze degli utenti, e forniscono agli utenti/gestori le informazioni per reagire, o reagiscono in modo automatico. Poiché i vari sistemi sono dispiegati nel medesimo ambiente urbano, hanno spesso bisogno degli stessi dati e delle stesse informazioni, che devono dunque condividere con fluidità.

Una smart city è quindi una città con infrastrutture intelligenti che condividono le informazioni. Si tratta di una definizione minimalista, a cui ciascuno potrà aggiungere altri requisiti in base alla propria visione. Per esempio, il movimento Open Data, considera la città smart solo se i dati sono anche forniti in modo trasparente e aperto a tutti i cittadini. Altri, richiedono anche che la città sia sostenibile dal punto di vista energetico, per riconoscerla come veramente smart. E così via.

In questo scenario, grandi imprese ICT (per esempio IBM, Cisco Systems, Oracle) vedono essenzialmente le città come clienti. Hanno iniettato negli ultimi anni dosi massicce di tecnologie nelle imprese per la gestione dei sistemi aziendali, e stanno rifocalizzando i loro prodotti e l’organizzazione per il nuovo mercato delle città intelligenti, proponendo sopratutto piattaforme di comando e controllo. Piccole imprese nel settore propongono soluzioni per problemi specifici, spesso facendo leva sulla ampia diffusione degli smartphone con connessione dati su rete cellulare 3G. Dal punto di vista delle amministrazioni pubbliche, c’è l’interesse a fornire servizi migliori ai cittadini a costi sostenibili, oltre che a ottenere un positivo ritorno d’immagine (smart!).

Ci sono però alcuni aspetti critici. Attori locali pubblici e privati raramente si impegnano in un progetto di infrastrutture intelligenti se non c’è un finanziamento pubblico da un livello superiore (tipicamente europeo o nazionale) che copra un’alta frazione dei costi. Un coinvolgimento maggiore degli attori locali garantirebbe una migliore selezione delle iniziative con più alto ritorno sull’investimento.

Il secondo aspetto critico riguarda la condivisione dei dati. Oggi chi raccoglie i dati ne ha la proprietà e li conserva gelosamente. Basta pensare agli operatori di telefonia mobile, che gestiscono una delle poche grandi infrastrutture intelligenti. Se non cambia la legge, bisogna creare le condizioni che incentivino la condivisione dei dati da parte dei gestori dei differenti sistemi.

Ancora più critica è una necessità di un cambiamento di tipo culturale e istituzionale. Perché veramente ci sia tensione a fornire servizi in modo più completo, rapido, preciso, è necessario che i cittadini vengano visti come clienti dei servizi. Clienti che se non sono soddisfatti cambiano fornitore. Per questo conta sia il modo in cui il servizio è strutturato, sia la cultura di chi amministra: se una città fornisce in modo sistematico servizi di qualità inferiore, un cittadino può cambiare fornitore trasferendosi altrove.

Infine, i fattori di scala. Il ritorno per gli investimenti in smart city e le economie di scala favoriscono le metropoli. Guardando le città della Toscana, questo è uno svantaggio. Ma su scala regionale lo svantaggio sparisce: ci sono la taglia e la dimensione giusta per sfruttare le economie di scala. I dati possono essere condivisi anche tra infrastrutture distribuite su scala geografica. Dopo tutto, la Bay Area di San Francisco è poco più piccola della Toscana, e ha quasi il doppio della popolazione. Non è un esempio a caso, ci sono somiglianze. Smart Region?

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