Cosa penso del boicotaggio della VQR e cosa farò se sarò eletto Rettore

Seize the Day

Ho ricevuto dalla collega Anna Iuliano e da altri colleghi la richiesta di esprimere la mia posizione sul tema della protesta per il mancato riconoscimento ai fini giuridici del periodo 2011-2015, attuata attraverso l’astensione dalle procedure VQR. La richiesta è stata inviata anche ad altri candidati alle prossime elezioni per il Rettore (la lettera è integralmente riportata in calce a questo messaggio).

Ringrazio per la domanda e per l’attenzione e rispondo molto volentieri, in modo pubblico.

La mia posizione sulla protesta e sull’astensione dalla VQR

Ho aderito alla protesta firmando la lettera insieme a 66 colleghi del mio Dipartimento (sui 79 del DII) il 3 febbraio scorso e astenendomi dalle procedure VQR. La partecipazione del DII – un dipartimento forte nella ricerca – è stata ampia e convinta.

Ho pubblicato un mio intervento nello stesso giorno “Prima il rispetto, poi la valutazione” in cui spiego il mio punto di vista (mi piace essere valutato, ma voglio essere rispettato). Il post è qui, per chi lo vuole leggere, ed è stato citato ieri da La Nazione.

Ho scritto nel mio programma il 18 gennaio, al punto #2 della lista, che il Rettore deve prendere “una posizione decisa nel dibattito pubblico a favore delle istanze giuste provenienti dalla comunità universitaria e dal Paese”.

È mia abitudine essere esplicito e mettermi direttamente in gioco. Quindi chiedo: gli altri candidati hanno aderito alla protesta e si sono astenuti dalla VQR? o no?

Il mio atteggiamento nei confronti dei partecipanti alla protesta, se sarò eletto Rettore

Proporrò con convinzione agli Organi di far cadere i provvedimenti punitivi nei confronti di coloro che si astengono dalle procedure VQR (punto 3 della delibera del Senato Accademico n. 170 del 7 ottobre 2015, che conferma la delibera del SA n. 245 del 26 ottobre 2011).

Tali provvedimenti non tengono conto del fatto che oggi l’astensione sia la forma prescelta per la protesta, e non una semplice inadempienza. Sono pertanto incompatibili con un Rettore e un governo dell’Ateneo che vogliano supportare le giuste istanze della comunità universitaria.

Verso il ministero e l’ANVUR, chiederò pubblicamente e con forza che le istanze dei docenti siano accettate e che la valutazione sia sospesa finché le condizioni non consentano un esercizio sereno. La valutazione è una misura del sistema: il meccanismo VQR previsto, con la protesta in corso, darebbe una misura totalmente falsata, e pertanto dannosa e inutile, della ricerca universitaria. Misurerebbe soltanto l’adesione alla protesta.

Il testo della lettera ricevuta

Da: Anna Juliano (anna.iuliano@unipi.it) – 4 febbraio 2016

Egregi Professori,

siamo parte di un gruppo che coordina a livello locale l’iniziativa del Prof. Ferraro contro il blocco degli scatti stipendiali per l’anno 2015 ed il mancato riconoscimento ai fini giuridici del quadriennio 2011-14. Questa protesta ha come modalità l’astensione dalle procedure VQR fino a quando le legittime richieste della docenza universitaria non saranno recepite dal governo.

Ci rivolgiamo a voi in quanto avete espresso al corpo elettorale la volontà di candidarvi alla carica di Rettore e vi chiediamo di esprimere, mediante un messaggio a tutti i docenti dell’ateneo, la vostra posizione su questo tema e quale sarebbe il vostro atteggiamento, qualora foste eletti, nei confronti di coloro che si asterranno dal partecipare alla valutazione.

In allegato trovate la lettera aperta del Prof. Mazzarella al Presidente della Repubblica ed un articolo uscito sul Fatto su questo tema.

Confidando nella vostra collaborazione,

Michele Barsanti
Carlo Bibbiani
Susi Burgalassi
Antonella Del Corso
Francesca Fedi
Alfredo Ferrarin
Filippo Giannetti
Anna Iuliano
Paolo Luschi
Salvo Marcuccio
Umberto Mura
Sergio Pinna
Silvia Venturi
Alessandra Veronese
Stefania Zanforlin
Maria Angela Zumpano

Prima il rispetto, poi la valutazione.

Diem-4

A me piace essere valutato. Ma prima voglio essere rispettato.

Oggi 66 colleghi ed io (sui 79 del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione dell’Università di Pisa) abbiamo scritto al Rettore che boicotteremo la valutazione della qualità della ricerca (la VQR), finché non verrà riconosciuta l’anzianità di servizio maturata degli anni 2011-2015, durante i quali gli stipendi dei docenti universitari sono stati bloccati (la lettera è questa).

Tutte le categorie del pubblico impiego che hanno subito un blocco dello stipendio negli anni passati hanno poi visto il riconoscimento dell’anzianità pregressa.

Tranne i docenti universitari.

È grave ed è un segno di disprezzo per la nostra categoria.

Dopo il riconoscimento di queste giuste istanze, interromperemo il boicottaggio.

Perché i miei colleghi ed io non siamo contrari alla valutazione. Durante la scorsa VQR (2006-2010) il mio Dipartimento è finito nel top 10% dei dipartimenti di Ingegneria Industriale e dell’Informazione (nella distribuzione virtuale di Poggi – i freak della valutazione come me sanno che vuol dire).

Sapete a quanti tipi di valutazione mi sottopongo, spesso volontariamente (come me molti colleghi, più di ogni altra categoria tranne gli sportivi di professione)? Guardate quest’elenco semiserio, sapete che mi piacciono le liste.

  1. Valutazione bibliometrica: Citation report del database Web of Science -Thomson Reuters
  2. Valutazione bibliometrica: Citation report del database Scopus (solo su abbonamento)
  3. Valutazione bibliometrica automatica: Google Scholar
  4. Valutazione degli studenti sulla didattica (per ogni corso che facciamo).
  5. Valutazione degli utenti YouTube su i video delle mie lezioni dal 2013 ad oggi (quasi 300 ore di video, in presa diretta con le papere e tutto il resto)
  6. Valutazione tra pari del comitato per la selezione dei Fellow dell’American Physical Society.
  7. Valutazione tra pari del comitato per la selezione dei Fellow dell’Institute of Electronics and Electrical Engineers.
  8. Classifica dei Top Italian Scientists (automatica)
  9. Ranking di ResearchGate.net (un bellissimo social network di ricercatori).
  10. Elezione a Rettore dell’Università di Pisa (tra qualche mese). Più valutazione di così!

Un’Università Forte, Inclusiva, Dinamica

I miei punti di programma sono una lista di principi ispiratori, tesi di governo, azioni concrete. Nelle prossime settimane svilupperemo i temi in maggiore dettaglio in collaborazione con tutti coloro che vorranno partecipare.

Partecipa anche tu: scrivimi a giuseppe.iannaccone@gmail.com, commenta in basso, o entra in contatto sui social network.

La Visione

  1. L’Università di Pisa deve avere un ruolo guida in Italia ed essere riconosciuta nel mondo. È una grande istituzione nazionale e un prezioso bene pubblico, che contribuisce al progresso del paese con la formazione degli studenti come cittadini colti e ad alta qualificazione professionale, con la creazione e lo sviluppo delle conoscenze, con la partecipazione attiva alla crescita economica, sociale e culturale, e alla formazione di una cittadinanza consapevole e dotata di spirito critico.
  2. Forte, perché sceglie con decisione l’alta qualità nella didattica, nella ricerca, nei rapporti con la società, consapevole del rilievo sociale delle proprie missioni. Perché il Rettore prende una posizione decisa nel dibattito pubblico a favore delle istanze giuste provenienti dalla comunità universitaria e dal Paese. Un’Università forte definisce e segue un percorso di crescita, non si accontenta di gestire il quotidiano e reagire alle emergenze.
  3. Inclusiva, perché l’Ateneo è forte se miglioriamo la qualità dello studio e del lavoro di tutti i membri della nostra grande comunità universitaria: persone con bisogni, desideri, capacità e competenze diverse. La sua forza è anche nella ricchezza delle aree disciplinari, che vanno promosse con un governo che riconosca e valorizzi la specificità di ognuna. In un’Università inclusiva non c’è un centro che decide e una periferia che chiede e esegue le decisioni.
  4. Dinamica, perché l’Italia e il mondo sono attraversati da profonde trasformazioni sociali ed economiche. L’Università deve sfruttare la propria libertà e autonomia per essere proattiva e attenta, in modo da essere un’istituzione guida della Società.

Didattica: gli studenti al centro

  1. È necessario porre estrema attenzione all’alta qualità e solidità del progetto educativo e della preparazione dei nostri laureati. È Il miglior servizio che possiamo offrire agli studenti e alle loro famiglie, e deve essere il principale fattore di attrazione ai nostri corsi di laurea triennale e magistrale.
  2. Dobbiamo valutare la qualità della didattica in modo profondo e sostanziale, non puramente tabellare, con un ampio coinvolgimento di studenti e docenti nella valutazione dei corsi di studio e dei singoli insegnamenti.
  3. Porre attenzione ai bisogni delle diverse categorie di studenti, e in particolare i più svantaggiati, utilizzando i metodi didattici e organizzativi più efficaci per mettere tutti nelle migliori condizioni per imparare con profitto.
  4. Sperimentare innovazioni nella didattica e monitorare costantemente, per investire di più in ciò che funziona e disinvestire in ciò che non funziona, anche attraverso la costituzione di un Centro di Ateneo per l’Innovazione nella Didattica. Con questo spirito è necessario sperimentare ad ampio spettro: insegnamento in lingua inglese, corsi di lingua italiana per inserire gli studenti stranieri, uso di piattaforme di apprendimento online, corsi congiunti con altri atenei, percorsi di studio per studenti provenienti da percorsi eterogenei, corsi post laurea e di formazione continua.
  5. Praticare una comunicazione chiara, dettagliata e continua, nei confronti dei potenziali studenti e di coloro che sono già iscritti, con particolare attenzione agli obiettivi culturali dei corsi di laurea e alle prospettive occupazionali.
  6. Promuovere e comunicare l’offerta delle lauree magistrali in modo distinto dalle lauree triennali: i potenziali studenti delle nostre lauree magistrali sono molti di più dei nostri laureati triennali.
  7. Aumentare le risorse dedicate all’attribuzione degli incarichi di insegnamento aumentando la retribuzione dei singoli incarichi assunti in aggiunta a quelli istituzionalmente obbligatori.
  8. Istituire riconoscimenti di status ed economici ai docenti particolarmente meritevoli nella didattica (anche con merit awards)
  9. Potenziare l’attività di job placement in modo da seguire tutti gli ex studenti nei primi anni e informare il progetto della didattica e la comunicazione.
  10. Stabilire e coordinare una forte rete di ex allievi per informare la didattica, per promuovere il nostro buon lavoro, e per sperimentare strategie di fund raising.
  11. Rafforzare la collaborazione con il DSU per individuare nuovi spazi per residenze studentesche e per ospitare studenti e borsisti in ingresso per periodi di tempo limitati, e per ridurre le code presso le mense universitarie.
  12. Riconoscere la centralità della Conferenza Università e Territorio per discutere e gestire i temi che riguardano la vita e i servizi per gli studenti nella città.

Ricerca: creazione e sviluppo delle conoscenze

  1. Pisa è una piccola città con un limitato tessuto economico. L’Università di Pisa deve essere un grande Università di ricerca, altrimenti è destinata al ruolo di Università di provincia.
  2. L’Università è grande solo se supportiamo e valorizziamo la ricerca di tutti i docenti, borsisti e dottorandi. Ha molto più effetto un leggero spostamento verso l’alto di tutta la distribuzione della qualità della ricerca piuttosto che un numero limitato di contributi eccellenti.
  3. Il Rettore e il governo dell’Ateneo si devono impegnare in modo proattivo e diretto nella raccolta di risorse economiche per la ricerca, coinvolgendo i docenti per i rispettivi ambiti disciplinari, dialogando ai massimi livelli decisionali con organizzazioni pubbliche e private.
  4. È necessario attuare politiche di incentivazione del personale per promuovere la qualità della ricerca e il reperimento di risorse esterne da bandi competitivi nazionali, europei, e internazionali, attraverso riconoscimenti di status ed economici (con l’istituzione di premi di merito e revisione del regolamento conto terzi).
  5. È importante organizzare un forte sostegno gestionale e amministrativo alla partecipazione a progetti di ricerca europei e nazionali, vicino ai luoghi in cui la ricerca viene svolta, cioè i dipartimenti.
  6. Aprire un processo di analisi e di riesame del Dottorato di Ricerca, accogliendolo nella multipla veste di terzo livello della didattica, di periodo di acquisizione di maturità e autonomia nella ricerca, e di periodo di interazione professionale con il mondo della ricerca internazionale, dell’industria e delle istituzioni.
  7. Realizzare 6 grandi infrastrutture di ricerca o grandi laboratori di Ateneo nei sei anni del mandato, dopo averne definito le necessità e le priorità in modo partecipativo.
  8. Perseguire l’obiettivo di entrare stabilmente nei primi 100 atenei del mondo nelle classifiche internazionali nell’arco del mandato (la ricerca è la componente con il peso maggiore).
  9. Raddoppiare nell’arco del mandato le risorse da finanziatori privati (3.5% al 7% delle entrate dell’Ateneo) e le risorse per la ricerca su finanziamenti competitivi europei e internazionali (dal 1. 5% al 3% delle entrate dell’Ateneo al netto dei trasferimenti ai partner).
  10. La ricerca libera è fondamentale per un Università forte. Elevare il livello di finanziamento di Ateneo della ricerca libera attribuito a tutti i docenti utilizzando una percentuale fissa della quota prelevata dall’Ateneo sulle risorse raccolte all’esterno, in modo che la ricerca libera possa crescere proporzionalmente.

Terza missione: Crescita economica, sociale e culturale del Paese

  1. L’Università di Pisa deve essere un’istituzione guida nel Paese e sostenere i processi di innovazione economica e sociale. È necessario accettare pienamente la cosiddetta terza missione come una delle missioni fondamentali e istituzionali dell’Università.
  2. Incoraggiare la partecipazione alle attività educative, culturali ed economiche di alta qualità in collaborazione con il mondo esterno, rivedendo i regolamenti per le attività esterne in senso meno restrittivo e valutando nel merito e con rigore, non in modo meramente formale, gli eventuali conflitti di interesse.
  3. Il Rettore e il governo devono promuovere direttamente la realizzazione di laboratori congiunti di alta qualità con altre organizzazioni pubbliche e private, come strumento per la raccolta di risorse e lo scambio di conoscenza con il mondo produttivo e la Società.
  4. È necessario costruire nuovi spazi istituzionali dedicati all’interazione con la Società: nell’arco del mandato, costituiremo con finanziamenti esterni e interni tre nuovi laboratori congiunti pubblico-privati su temi strategici per la ricerca applicata e il trasferimento tecnologico e tre nuovi osservatori su temi ad alto interesse sociale. I temi saranno individuati con un processo partecipato e trasparente.
  5. Dobbiamo potenziare le attività dell’ufficio di valorizzazione della ricerca per farne il il punto di riferimento di tutto l’Ateneo per gli aspetti contrattuali, legali e per le migliori prassi nei rapporti con l’esterno.
  6. Potenziare le attività di stimolo e formazione all’imprenditorialità di tutta la comunità universitaria, anche attraverso la fase di start up di un pre-incubatore d’impresa e coinvolgendo gli studenti, nei corsi di studi che lo ritengono appropriato e su base sperimentale, in percorsi curriculari di progettazione di attività imprenditoriali.
  7. Promuovere associazioni e reti con imprese innovative per potenziare le iniziative di trasferimento tecnologico e favorire nuovi rapporti.
  8. Fondare una scuola di formazione permanente, nel cui ambito svolgere corsi di aggiornamento, corsi e master di tipo executive per persone che già lavorano, altri corsi a tema. La scuola di formazione permanente aiuta a mantenere uno stretto legame con il tessuto economico nazionale.
  9. Potenziare la rete museale d’ateneo per la realizzazione di esibizioni reali e virtuali con ampia capacità di attrazione del pubblico.
  10. Potenziare l’organizzazione di eventi di divulgazione e di dibattito scientifico e culturale con partecipazione della cittadinanza, puntando a un ambito regionale o nazionale.

Governo e Organizzazione

  1. L’approvazione dello statuto è stato un obiettivo impegnativo sostenuto dal Governo dell’Ateneo all’inizio del mandato in corso. È necessaria oggi una revisione dello Statuto, da discutere con la più ampia partecipazione della comunità universitaria.
  2. I Dipartimenti devono recuperare autonomia e capacità decisionale. Non va bene un modello in cui c’è un centro che decide e una periferia che chiede e poi esegue.
  3. Si deve usare il principio di sussidiarietà nel governo e nell’amministrazione e portare la responsabilità delle decisioni il più possibile vicino a chi svolgerà il lavoro e a chi dovrà gestire le conseguenze delle scelte.
  4. Devono essere stabiliti percorsi istituzionali chiari per consentire a tutti di partecipare al processo decisionale. Deve essere garantita una comunicazione completa sui criteri adottati per le decisioni e sui vari passi del processo decisionale.
  5. È necessario ripristinare il collegio dei Direttori come organo deputato a discutere e a esprimere pareri sulle questioni di maggiore impatto sull’attività dei dipartimenti (per es. ripartizione fondi per la didattica e la ricerca, attribuzione dei posti in organico, regolamenti), prima della loro discussione in Senato e in CdA.
  6. Le commissioni congiunte Senato-CdA devono fortemente riacquistare il ruolo di luogo privilegiato per la discussione e l’istruzione delle politiche di Ateneo.
  7. Il Rettore e il governo di Ateneo devono riconoscere, accettare e valorizzare pienamente le specificità di ogni area disciplinare, per metodi e modelli nella didattica, nella ricerca e nel rapporto con la società. È importante coltivare questa diversità adattando le misure di governo alle esigenze di ciascuna area, evitando l’appiattimento su parametri unici.
  8. È necessario istituire un collegio per la Sanità come luogo istituzionale di discussione e condivisione delle politiche di assistenza, ricerca, didattica in ambito sanitario (più dettagli nella sezione dedicato alla Sanità).
  9. Ampliare il perimetro di attività del personale tecnico amministrativo includendo attività di carattere amministrativo adesso attribuite al personale docente e includendo responsabilità dirette di alcuni servizi, che adesso hanno un docente come riferimento.
  10. Avviare un processo di due diligence sull’organizzazione amministrativa per rendere più efficienti e snelli i processi, e definire un Piano di riorganizzazione dell’amministrazione, che tenga conto del più ampio perimetro, e che sia meglio allineata con le priorità dell’Ateneo. Il Piano consentirà di capire quali professionalità aggiuntive servano e come meglio adattare le professionalità presenti nell’Ateneo alle esigenze di servizio.
  11. Semplificare, snellire e sburocratizzare i regolamenti di Ateneo. Su tanti aspetti le procedure sono state rese eccessivamente complicate.
  12. Avviare un processo di analisi e di revisione degli strumenti di gestione dell’amministrazione, a partire dagli strumenti software e dalla digitalizzazione delle procedure, che sono attualmente insoddisfacenti.
  13. L’Ateneo deve avere come naturale orizzonte della propria azione il Paese intero e l’ambiente internazionale dell’alta formazione. Deve dialogare con le istituzioni locali, ma non limitare il proprio orizzonte al territorio circostante. Pisa non deve essere un’Università di provincia.
  14. È necessario consolidare e rafforzare il rapporto con le altre istituzioni culturali del territorio su un piano di reciproco riconoscimento dei diversi ruoli, con spirito d’iniziativa.
  15. È importante procedere ad un’attività di ricognizione e analisi del patrimonio immobiliare alla luce delle esigenze e delle strategie dell’Ateneo qui definite, per procedere alla valorizzazione in vista degli utilizzi o delle dismissioni.

Sviluppo del personale docente, tecnico e amministrativo

  1. Dobbiamo definire – mediante un processo ad ampia partecipazione – un criterio che attribuisca le risorse di personale sulla base delle tre missioni dell’Ateneo, e che sia coerente con le priorità strategiche dell’Ateneo. Il criterio e ogni sua applicazione devono essere comunicati e condivisi in modo chiaro e tempestivo.
  2. Coinvolgere ogni Dipartimento in un serio processo di autovalutazione e di definizione di un piano di sviluppo del personale in un orizzonte di sei anni, aggiornato ogni anno, sulla base delle esigenze didattiche, di ricerca e di terza missione. Per i Dipartimenti di Medicina, attenzione particolare anche alle esigenze di assistenza.
  3. Sulla base del citato Piano di riorganizzazione dell’amministrazione, coinvolgere tutta l’amministrazione in un processo di definizione di un piano di sviluppo, di aggiornamento professionale e di reclutamento del personale tecnico amministrativo in un orizzonte di sei anni, rivisto annualmente.
  4. Attuare un ampio programma di formazione e aggiornamento professionale del personale tecnico amministrativo, finalizzato alla acquisizione di metodi di lavoro partecipato e responsabile, anche con il supporto di nuove tecnologie e con l’attribuzione di incarichi interni che abbiano obiettivi di crescita professionale.
  5. Per quanto riguarda le politiche di reclutamento e di carriera del personale docente, non dobbiamo più mettere i Dipartimenti nella condizione di dover scegliere tra chiamare un docente esterno, oppure chiamare (e promuovere) docenti interni. Le chiamate di docenti esterni previste dalla legge devono essere gestite su un capitolo di bilancio separato, decise con l’obiettivo di elevare la qualità complessiva dell’Ateneo, e non interferire con le prospettive di promozione dei colleghi nei dipartimenti interessati.
  6. È necessario aumentare in modo significativo le assunzioni di ricercatori a tempo determinato di tipo A e B, e le progressioni di carriera. Nel corso dei prossimi 6 anni, con una stima dei prossimi bilanci che tenga conto dell’FFO attuale e dei pensionamenti previsti, c’è spazio per avere ogni anno: 50 nuove posizioni di tipo RTA, 30 di tipo RTB, 40 promozioni a PA, e 30 promozioni a PO.
  7. Istituiremo riconoscimenti per la didattica, la ricerca, il trasferimento tecnologico, la promozione della cultura e l’amministrazione, in modo da segnalare le priorità e le missioni dell’Ateneo.

Medicina e Assistenza sanitaria

  1. Un grande ospedale in una piccola città come Pisa si giustifica solo se c’è una grande Università forte nella ricerca medica. Dobbiamo scegliere in modo strategico e lungimirante di rafforzare l’area medica dell’Università per rafforzare l’ospedale di Pisa.
  2. Dobbiamo giungere a una ricomposizione dell’Area sanitaria, attraversata da eccessive divisioni. Le scelte nell’area sanitaria devono essere condivise nel modo più ampio possibile, comunicate in modo tempestivo e capillare a tutti i colleghi.
  3. Istituire un Collegio per la Sanità come luogo istituzionale di discussione e condivisione di tutte politiche di assistenza, ricerca, didattica in ambito sanitario, particolarmente necessario in assenza di una Scuola di Medicina. Il Collegio prevederà un’ampia partecipazione: per esempio i 3 direttori dei dipartimenti di medicina e 9 docenti eletti tra tutti i dipartimenti di medicina.
  4. Il Rettore deve difendere e promuovere l’attività di ricerca e didattica dei medici universitari rispetto alle richieste dell’Azienda Sanitaria. Deve garantire che i medici universitari abbiano effettivamente un carico di lavoro ridotto rispetto ai medici ospedalieri per recuperare il tempo per ricerca e didattica.
  5. Dobbiamo basare il rapporto con l’AOUP sulla condivisione di tutte le scelte e su una valutazione trasparente dei medici universitari.
  6. Riesaminare l’organizzazione e i meccanismi di funzionamento del Dipint, assoluta necessità di snellimento di tutte le procedure burocratiche. Maggiore autonomia e rilievo ai dipartimenti di area medica.
  7. Come già citato, avvieremo un’ampia procedura condivisa per definire un piano pluriennale di reclutamento e sviluppo del personale nell’area medica, con attenzione a tutti i fabbisogni di ricerca, didattica, assistenza.

Internazionalizzazione

  1. Il settore della formazione universitaria è ormai globalizzato. È importante porre chiaramente Pisa nelle mappe delle Università del mondo.
  2. Il Rettore deve guidare in prima persona l’internazionalizzazione dell’Ateneo.
  3. Dobbiamo essere consapevoli di non conoscere ancora quale sia il meccanismo più efficace per internazionalizzare la nostra Università, e dobbiamo quindi sperimentare diverse soluzioni, per capire e investire in ciò che funziona meglio.
  4. Il Rettore e il governo dell’Ateneo devono guidare il processo di accordi internazionali con altri grandi Atenei del mondo e con paesi interessati a finanziare il periodo di studio dei propri giovani in Italia.
  5. È molto serio il problema della qualità degli studenti stranieri in ingresso. Dobbiamo riuscire a garantire flussi di studenti di buona qualità, anche se in questa fase sono sufficienti piccoli numeri. Questo è possibile solo con accordi chiave con Università e Paesi stranieri, che ci consentano di essere visibili presso i loro studenti e di selezionare gli studenti interessati a iscriversi presso la nostra università. Concentrare gli accordi su aree geografiche particolarmente promettenti.
  6. Investire risorse per stabilire alcuni titoli congiunti di laurea magistrale con Atenei stranieri di prestigio, che prevedano scambi di gruppi di studenti per periodi di lezione e tirocinio o tesi. Cercare di acquisire risorse esterne dedicate a questa attività.
  7. Sperimentare con i corsi in lingua inglese e con i singoli insegnamenti in Inglese, sia per accogliere studenti stranieri, sia per preparare gli studenti italiani a un ambiente di lavoro internazionale (Investire sulle sperimentazioni che funzionano, disinvestire in quelle che non funzionano).
  8. Potenziare l’ufficio di accoglienza degli studenti e dei borsisti stranieri, per renderlo un vero ufficio one stop, in modo che tutte le pratiche necessarie all’inserimento possano essere gestite bene e in modo efficiente, centralizzando e snellendo i rapporti con questura, prefettura, azienda sanitaria, agenzia delle entrate.

Comunicazione e brand

  1. Dobbiamo elevare il prestigio e il marchio dell’Università nel panorama nazionale e internazionale. Le azioni migliorative indicate ai punti precedenti devono essere supportate da un forte potenziamento della comunicazione istituzionale.
  2. Bisogna coinvolgere e sensibilizzare tutti i docenti alla diffusione al di fuori dei circuiti accademici dei più interessanti risultati ottenuti nella ricerca, nella didattica, e nelle attività ad alto impatto sociale.
  3. La comunicazione istituzionale deve avere un perimetro nazionale e un robusto canale internazionale. È necessaria una particolare focalizzazione su aree geografiche specifiche, dove strategicamente decideremo di essere particolarmente in evidenza.
  4. Potenziare la presenza dell’Ateneo sui nuovi mezzi di comunicazione, aumentare il numero degli eventi di Ateneo proiettati sul territorio nazionale e internazionale, creando appuntamenti fissi.
  5. Rianimare e potenziare un house organ dell’Ateneo, con un forte taglio editoriale, coinvolgendo tutta la comunità universitaria, inclusi gli studenti.

La mia candidatura a Rettore dell’Università di Pisa

Due giorni fa ho annunciato al Rettore, ai Direttori dei Dipartimenti dell’Ateneo e ai colleghi l’intenzione di candidarmi a Rettore dell’Università di Pisa per il mandato 2016-2022.

La mia candidatura si fonda su una visione dell’Università di Pisa come grande università di ricerca nello scenario nazionale e internazionale, nel rispetto della tradizione prestigiosa del nostro Ateneo, nella consapevolezza delle nuove sfide e delle nuove opportunità offerte dalla modernità, con l’ambizione di rendere l’Istituzione influente nel panorama nazionale e rinomata nel mondo.

Qualche mese fa, ho illustrato una bozza di tale visione [questo il link] ricevendo un convinto apprezzamento e un supporto trasversale rispetto alle aree del nostro Ateneo. Mi ha colpito profondamente il sostegno sia dei colleghi più giovani, sia dei colleghi di grande esperienza istituzionale.

Per questi motivi, inizio con convinzione un percorso esplicito e trasparente per raccogliere da tutti contributi e critiche costruttive che consentano di definire il programma sulla base della visione che esprimo e di ampliare i consensi sulla mia candidatura.

Liberiamo le energie della nostra Università!

Photo credits: Nicola Sapiens De Mitri su flickr

The New Semiconductor Electronics  

This is the transcript of a talk I gave in Siena on 26 June 2015, for the annual meeting of the Italian association of scholars and researchers in Electronics (“Gruppo Italiano Elettronica”).

Semiconductor electronics was shaped in a form very close to the present one between the 30s and the 60s, as a distinct discipline with respect to solid-state physics and vacuum-tube electronics. During those developments it became clear that some electrical engineers had to be trained as scientists, and the first PhD program for engineers was started at MIT in 1952 after the initiative of Gordon Brown, then Head of the Department of Electrical Engineering.

Already in 1932, in a paper on Zeitschift fur Physik on the theory of metal-semiconductor diodes, we see a illustration of the principle of operation using the now common band-edge profiles.

Figure from Zur Theorie der Detektorwirkung”, Zeitschrift fur Physik, 1932, 75, 434
Figure from Zur Theorie der Detektorwirkung”, Zeitschrift fur Physik, 1932, 75, 434

And this is a photo of Shockley from 1950, where we can clearly see the band-edge profiles of a bipolar junction transistor. This graphic way of describing the operation of semiconductor devices became common in the 30s. Basically, if you take a modern textbook or some modern papers, you find a very similar way of describing transistor operation.

Slide03
William Shockley, photo courtesy of Alcatel-Lucent USA Inc.

Why semiconductor electronics has be so successful for such a long time? Let’s look at  what happened. Bardeen, Brattain and Shockley invented the first transistor in 1948. They actually were trying to obtain a field-effect transistor, but it worked out differently, and they obtained the point-contact transistors.

Slide04

The first transistor made of germanium one, then silicon became the material of choice, right after the invention of the integrated circuit by Kilby and Noyce. Silicon oxide was a very good dielectric and could be grown on silicon.

Slide05

The integrated circuit allow the industry to double every 1–2 years the number of transistors on a single chip. And it is still working now, at a few billion transistors per chip. This exponential behaviour came to be known as Moore’s law, after a prediction that Gordon Moore made in 1965, with only few data points, exactly 50 years ago.

moores_law

Actually, after moving from Bipolar devices to NMOS and to CMOS, the track to scaling was well defined. I do not want to discard the huge investment in technology that was required, but from the device point of view, little changed in terms of materials and geometries except for scaling.

Slide07

But in the 80s already someone started to see that scaling was becoming harder, and that therefore some intrinsic limitations were present. Some alternatives were proposed: one very interesting at the time was the so-called bandgap engineering, which was proposed among others by Federico Capasso, then at Bell Labs. The core of the proposal was to exploit the newly available growth techniques to fabricated heterostructures and superlattices in order to adjust the bandstructures to optimize existing devices or create new device concepts.Slide08Actually it did not go this way and it never made into the mainstream in this form. The semiconductor industry found new ways to proceed with the scaling down, leaving the device structure unaltered.

But then, something happened 12 years ago. Scaling continued, but strong innovations had to be introduced in terms of materials and structure.

Slide10

First, in 2003, strained silicon. We stretch the silicon crystal to modify the bandstructure, to adjust the energy of conduction band minima and valence band maxima, and to modify the effective mass, in order to boost mobility. Tensile strain is needed for PMOS, compressive strain for NMOS. You can see, this is essentially a type of bandstructure engineering, which actually became mainstream, in a way different from what initially proposed.

Photo courtesy of Intel
Photo courtesy of Intel

Then in 2007, High-K metal gate process, another type of bandgap engineering. A gate stack with insulator with high dielectric constant and smaller gap, that would allow to use a thicker layer to suppress gate leakage current while maintaining good electrostatic control on the channel.

Finally, in 2011, the trigate process, i.e. no more planar transistors but a three dimensional device, to improve the electrostatic control of the channel.

In the end we really do not recognize a transistor anymore. What’s this?

Image courtesy of Intel
Image courtesy of Intel

You see, the image of a 22 nm transistor is closer to a molar than to a 130 nm transistor. It is definitely not your dad’s transistor.


What should we expect now?

Simply, more of the same:

  • more innovation in materials, for example III-V semiconductors, Germanium, or other 2D materials for the transistor channel
  • more innovation in structures, for example the use of 3D structures, which is now a reality in non-volatile memories.
  • more physical mechanisms, adding to transport and electrostatics also mechanics, microfluidics, optics, magnetics, piezo, thermoelectrics. For example microelectromechanical systems are already a 12 B$ global business.

Now it should be clear what is The New Semiconductor Electronics.

We had a semiconductor electronics with few materials, mainly the silicon-silicon oxide system, planar devices, and only electronics on a silicon chip.

The New Semiconductor Electronics uses a wealth of materials, geometries, and much more physical mechanisms on a silicon platform

Of course it is a huge intellectual adventure, because we need to change skin a bit, and to learn lots of new things.

Are we ready for this?

I don’t know. In the 60s, when Semiconductor Electronics was established as a distinct discipline, the Semiconductor Electronics Education Committee was established to prepare a set of six paperback textbooks to teach the subject in an adequate way.

I am trying to buy all those books from abebooks. If you read them you would notice that they are very similar to the books we use today, 50 years later.

Too similar.

We need some effort in renewing academic education and research in the field of semiconductor electronics.

Things have not only become more complicate in the new semiconductor electronics. Indeed, other things are simpler at the nanoscale!

For example, in traditional semiconductor electronics we look at bipolar junction transistors and at field-emission transistors as different devices, the former dominated by diffusion currents, and the second by drift currents.

However, for small channel length, if we look at the band edge profiles of the two devices, as shown in the figure below, we clearly see that they are identical, and that both devices are described by the same physical mechanism: thermionic emission over a tunable barrier.

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As far as noise is concerned, we learn from traditional device electronics book that shot noise describes the current noise in a bipolar transistor, and that “corrected” thermal noise describes current noise in a field-effect transistor. However, it is well known that as channel length is decreases the latter correction becomes larger and larger, in order to enable the model to reproduce reality.

The fact is that in nanoscale FETs the operating mechanism is similar as that of a bipolar transistor, and therefore “suppressed” shot noise is the proper noise mechanism also describing an FET. The “suppression” is due to the proximity of the gate contact.

This concept has been clearly expressed more than 10 years ago, and finally in recent years it has been demonstrated in experiments on 10-nm long FETs.

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As a third example, let me show this figure from Willy Sansen’s keynote at ISSCC in 2015. For analog circuit design in aggressively scaled down CMOS processes, below 20 nm: subthreshold operation provides the best figures of merit in terms of performance at power parity (the corresponding figure of merit is the cutoff frequency times the transconductance divided by the bias current).

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This is very interesting, because in traditional undergraduate education the subthreshold operation of field-effect transistor is often not considered. In sub threshold operation, currents depend exponentially on bias voltages, as in bipolar transistors.


I would like now to give some examples of how we address the themes of the new semiconductor electronincs.

In the last decade, two dimensional materials have attracted incredible interest for applications in electronics. It all started when the electrical properties of graphene where discovered and characterized in 2004 in Manchester. Graphene is just one-atom thick, therefore is an ideal two-dimensional material, and can have a very high mobility at room temperature, close to 10,000 cm2/Vs when deposited on a substrate. However, it also have a zero energy gap, which represents a severe obstacle to its use in electronics.

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After graphene, other two-dimensional materials have received enormous attention: among them boron nitride, the family of transition metal dichalcogenides, bismuth selenide and bismuth telluride, and others.

They are also very thin, generally have a medium-to-low mobility and have an energy gap from 0.1 eV to 5 eV, with the usual tradeoff between mobility and energy gap.

If we look at performance figures, such as the delay time and the dynamic power indicator, they are in the optimistic case in line with the evolution of the International Tecnology Roadmap for Semiconductor, since device modeling on defect less device structures predict comparable performance to the expectations at the end of roadmap horizon (2016).

In 2012, a “Materials on demand” Paradigm has been proposed, i.e., the possibility of obtaining 3D materials with taylored properties by stacking several layers of 2D materials coupled by Var der Waals forces.

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You can probably recognize the similarity with the paradigm of “Bandgap Engineering” of the 80s that I have shown before. Of course, things are not identical: in the 80s they were considering III-V heterostructures, consisting of layers with a thickness of few nanometers, almost lattice-matched; in this case we are dealing with single atom layers, often with completely different lattice, and we are playing with a larger number of atomic species. Of course, history does not exactly repeat itself, but it rhymes?—?as Mark Twain famously said.

Let me say how we address these problems. Our specialty is the early assessment of device potential via modelling. In order to do that, we use our in house simulation tool, Nanotcad Vides, that now has 15 years of development. It started with a European project that I coordinated in the 5th Framework Programme from 2000 to 2003, and now has atomistic simulation capabilities of 3D devices coupling transport and electrostatics. Now the lead developer is my colleague Gianluca Fiori, we have made freely available the source code and full documentation, to let everybody use it. As of today, a few groups are using this code, also independently of us. We maintain a known list of publications using the code.

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With the code we can compute transport properties of silicon and carbon based devices, using non-equilibrium Green’s functions with a tight-binding Hamiltonian, or an effective mass approach. To put it simply, we build the device or key building blocks atom by atom, and then simulate the operation of a complete device.

Our approach is to use our modeling tools, other tools, and analytical modeling to evaluate the feasibility and the possible performance of a device structure (assuming that fabrication problems will be solved). Here a mix of physicist and engineer attitude is really important. We look at new effects for opportunities, we are optimistic but skeptic, and we benchmark with existing technology and its foreseeable evolution, as for example predicted by the International Technology Roadmap for Semiconductors.

Essentially, we use a “Via Negativa” approach: we try to rapidly filter out device structures and operating principle that are not promising, and save the very few promising ones for further investigation.

Via negativa: “This won’t work. This neither. Try instead this.”

In the modern scientific PR-conscious world where hype is the norm, saying that some things do not work is not the easy way to become popular.

I need to add few more words on our methodology. We need to consider many different materials, and of some of them we have very limited information. In addition, the materials properties are affected by the by the peculiar heterostructure we choose. We then need a way to compute material properties and to use those results in the device simulations.

This requires a specific multiscale simulation procedure because ab initio quantum chemisty tools (DFT) for the calculation of material properties are very demanding from the computational point of view.

For this reason, we have recently defined this multiscale methodology according to which we use an open source DFT tool (e.g., Quantum Espresso) to make ab initio calculations, in order to compute materials properties. Once we have a good single particle Hamiltonian, we derive a TB Hamiltonian, using Wannier90 to project the Hamiltonian on a basis of localized Wannier functions. Finally, we can perform NEGF calculations with our in-house code.

scheme

In the rest of this talk, I just want to use my time to show you a device that after our via negativa test is still promising for application, to come close to an end in a positive note.

The lateral heterostructure field-effect transistor is a transistor structure we proposed in 2011. The channel consists of a lateral heterostructure, where we have on the same single sheet regions of graphene and regions of another 2D material with comparable lattice. In our case, the part of the channel under the gate is made of a large gap material, such as boron nitride, because it has to stop the current in the off state, and outer regions of source and drain are made with graphene.

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In 2012 a paper from Cornell demonstrated in experiments the possibility to pattern lateral graphene-boron nitride heterostructures, with graphene patterning and successive CVD regrowth of boron nitride. There were only limited electrical measurement in the original paper.

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However, in 2013 this concept was demonstrated by this paper from HRL Laboratories where they used as a central region fluorinated graphene. The device works with very good Ion/Ioff ratio.

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We used density-functional theory to obtain the band structure for different types of central region, and in the end we chose BC2N, which is lattice matched to graphene, and provides a valence band offsed with respect to graphene Dirac point of 0.64 eV.

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If we want to compare the potential of these devices with CMOS, we need to look at the expectations of the ITRS, 2012 edition, since it only deals with planar transistors.

Let us consider the table below, showing expectation for high performance CMOS process (HP) and for low power CMOS (LP), from 2014 to 2026.

Gate length is shrinking from 22 to 6 nm, and the supply voltage is going down to half a volt. The ratio of the “on” current (Ion) to “off” current (Ioff) is larger than 10^4.

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From the point of view of dynamic performance, we have two figures of merit: the delay time, which is the ratio of the charge variation in the device between the “on” state and the “off” state, to the “on” current. And the power delay product (or dynamic power indicator), which is the product of the supply voltage, Ion and the delay time.

The delay time is a measure of speed, of computational performance. The power-delay product is a measure of energy efficiency.

As you see here CMOS are expected to remain in the fraction of ps for delay time and fraction of femtojoule per micron for the PDP.

Now, we can compare at least LHFET with the ITRS2012. We chose the ITRS version because it focuses on planar transistors. The blue signs are for the high performance process, the red symbols for Low Power. We plot the On current, delay time, and power delay product as a function of the year of introduction. And we also include the BCN LHFETs with green triangles inserting them at the same year of introduction of the CMOS process with the same gate length.

You see, the delay time is better than in the case of HP CMOS, and the power-delay product is better than LP CMOS. Of course we are here considering defectless ballistic devices. But still, it is important, because the transistors based on vertical heterostructure of 2D materials, even in the most optimistic situation, provide for example a delay time that is orders of magnitude higher. More details can be found in a dedicated paper.

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I am going to conclude now. The new semiconductor electronics represents a huge intellectual challenge, requiring us to address new materials, new geometries, and new physical mechanisms.

Therefore, we need to build a consistent body of knowledge drawing concepts from engineering, physics, and chemistry, and streamlining the interfaces between such disciplines. We have also to find ways to teach this new body of knowledge.

 

p.s. I have an intellectual debt to the whitepaper of the Electronics from the Bottom up Initiative by Mark Lundstrom, Supriyo Datta, Ashraf Alam (2007), for laying out the need of a new SEEC effort.

Cervelli in fuga dal sistema della ricerca italiana?

Cogliendo ogni occasione, giornali e altri media ci ricordano – neanche tanto sottilmente – che “i migliori scienziati del paese sono dovuti andare via dall’Italia”.

Ebbene, non è vero .

Poiché sono parte in causa e non voglio usare troppo spazio, mi limito a un argomento oggettivo, che chiunque può verificare.

C’è un censimento interessante compilato da VIA Academy, un’associazione di scienziati italiani all’estero: è la lista dei top italian scientists (TIS) . È una lista che non ha alcun valore ufficiale, ma si può compilare in modo quasi automatico, con dati verificabili.

La lista TIS è definita – arbitrariamente e in piena autonomia – come la lista degli scienziati di nazionalità italiana con fattore di Hirsch (h-index) maggiore di 30.

L’h-index è una misura imprecisa dell’impatto di uno scienziato – cosa veramente difficile da definire e da misurare – ma ormai è piuttosto diffusa a livello internazionale (lo trovate di chiunque su scholar.google.com). Per capirci, se un ricercatore ha un h-index uguale a 31, vuol dire che è stato autore o coautore di almeno 31 articoli ciascuno dei quali ha ricevuto almeno 31 citazioni.

Ovviamente, la lista è contestabile. Alcuni credono che l’impatto di uno scienziato non si possa quantificare. Altri che l’h-index non sia l’indice giusto (per esempio, non considera il numero di coautori di ciascun articolo). Altri ancora, che la lista usi male l’indice (per esempio usando l’h-index per definire l’impatto indipendentemente dalla disciplina e dall’età dello scienziato).

Hanno tutti ragione, ma probabilmente non abbiamo niente di meglio per ordinare liste di decine di migliaia di scienziati. E poi la lista c’è già, grazie a VIA-Academy. Quindi usiamola come riferimento, senza prenderci troppo sul serio.

Consideriamo la lista aggiornata al 10 settembre 2015: nella lista ci sono in tutto 3480 scienziati, di cui 2837 lavorano in Italia, e 75 hanno una doppia affiliazione presso un’istituzione italiana e una straniera. Anche non contando questi ultimi, più dell’80% dei top italian scientist lavorano in Italia (81.52%).

Ma allora perché si è imposta una vulgata non supportata dai fatti?

A vedere solo buonafede: per una scarsa attenzione ai numeri e un’attenzione eccessiva agli episodi e alle storie, alla “narrazione”. Oppure perché ci si concentra sui primi dieci della lista (5 dei primi 10 lavorano all’estero). Ma poiché ci sono decine di migliaia di scienziati in italia, non si coglie una tendenza basandosi su quello che fanno alcune star.

Sulla narrazione, cito sfacciatamente una cosa scritta qualche mese fa

Attenzione, non voglio dire che non ci siano problemi. Ce n’è uno in particolare enorme e molto preoccupante: L’emigrazione netta di laureati, in tutte le discipline.

Si tratta di un problema completamente diverso, legato alla struttura industriale, sociale ed economica del nostro paese. Tanto per cambiare, anche in quel caso i giornali e i politici non vogliono cogliere il punto.

Cerco di raccogliere qualche dato per un post a parte.

 

[1] “scienziato” si scrive con la minuscola, è un mestiere fatto da centinaia di migliaia di persone nel mondo.

Nella foto di Mario De Biasi: Enrico Fermi e Bruno Pontecorvo. Link

Lezione/seminario sugli sviluppi recenti dell’elettronica dei semiconduttori

Da qualche anno, ho l’abitudine di fare una lezione-seminario agli studenti di fisica nel corso di Laboratorio 3 del Prof. Francesco Forti. E’ l’occasione divertente di raccontare gli ultimi sviluppi dell’industria dei semiconduttori e illustrare qualche tema di ricerca recente.
Questo è il video della lezione dello scorso maggio. L’audio ha un po’ di rumore di sottofondo ma si segue bene.

Miti e leggende sui finanziamenti da industrie e fondazioni private

È ovvio, vero, che il Massachussets Institute of Technology (MIT) di Boston o l’Università della California a Berkeley in proporzione raccolgono molti più finanziamenti da imprese e da organizzazioni private di quanto facciano le università europee? E non parliamo poi delle italiane!

Lo sanno tutti, no?

No. È una favola.

La figura in alto mostra per alcune università americane, europee e italiane la percentuale delle entrate da industrie e organizzazioni private sul totale delle entrate. I dati sono presi dai bilanci pubblicati relativi all’anno 2014 (per l’Univ. Pisa il 2013).

Le entrate da industrie e organizzazioni private comprendono la somma delle entrate per  ricerca commissionata, per servizi, per contributi alle attività di ricerca e di didattica.

Dunque, tale quota è per l’MIT il 5% delle entrate totali (194 milioni di dollari). Se togliamo dal bilancio dell’MIT le entrate del Laboratorio Lilcoln per la sicurezza nazionale, finanziato dal governo e dalle forze armate con più di 800 milioni di dollari all’anno, la quota sale al 6.3%.

Per Berkeley la percentuale è un po’ più alta:  7.2%. Berkeley è un’università generalista, ma vicina a Silicon Valley. Per una land-grant University come Purdue, in Indiana – lontano dai principali centri di innovazione industriale del paese – è il 4.1%.

In Europa la quota delle entrate provenienti da industrie e privati è simile o più alta. Come ci si può aspettare, i politecnici hanno una percentuale maggiore, per la loro affinità alle attività industriali: il Politecnico di Monaco di Baviera (TUM) è all’11.2 % (se si scorpora dal bilancio l’ospedale ) e il Politecnico di Milano è al 15.4%. L’Università di Cambridge, che non è un politecnico ma ha una particolare vocazione scientifico-tecnologica, è al 14.5%, con circa 140 milioni di sterline. Per Cambridge almeno i due terzi di questa cifra vengono dalla generose fondazioni: per esempio, 48 milioni dal Wellcome Trust, e 32 milioni da Cancer Research UK. La scuola superiore S. Anna, che è un ateneo sui generis perché non dà titoli di laurea, ha comunque una natura politecnica ed è al 6.7%.

Le altre università europee nella lista sono generaliste, e sono comunque vicine alla percentuale delle americane: Ludvig Maximilian di Monaco il 4.6% (escludendo l’ospedale), Bologna il 4%, Pisa il 2.7%.

I numeri completi sono riportati nella tabella  in calce al post.

Qualche commento finale:

  • Raramente il finanziamento da industrie e da fondazioni private supera il 10% del totale delle entrate. Nessuna università si è svenduta ai privati, dunque. Per tutte le Università di prestigio le entrate arrivano in parte principale dallo stato, sotto forma di finanziamento ordinario o “appropriation” (solo per le università pubbliche) e di ricerche e/o servizi commissionati o attribuiti con bandi competitivi. Dai 3 miliardi di dollari di entrate dell’MIT (escluso il laboratorio Lilcoln), una fondazione privata, circa 194 milioni sono da industria e privati, e circa 324 milioni dalla tasse di iscrizione. Il resto sono fondi di ricerca pubblici in primis e poi rendite degli investimenti (“l’endowment”)
  • La quota di finanziamento da industrie e fondazioni in Italia è simile a quella delle università nei primi posti dei ranking internazionali. Sono i valori assoluti di tutti i finanziamenti ad essere troppo bassi. Di conseguenza, il finanziamento pubblico alla ricerca – che deve essere la quota maggiore – è particolarmente carente.
  • In assenza di incremento di finanziamento pubblico alla ricerca, sembra realistico puntare a finanziamenti da industrie e fondazioni intorno al 5% per un’università generalista.
University Reference year Total Revenues Revenues from Industry and Private Foundations %priv/tot
MIT 2014 3884 MUSD 194 MUSD 5.0
MIT (no Lincoln Lab) 2014 3055.3 MUSD 194 MUSD 6.3
University of California Berkeley 2014 2624.3 MUSD 188.3 MUSD 7.2
Purdue University 2014 2290 MUSD 94.6 MUSD 4.1
Univ. Cambridge UK 2014 962.4 MGBP 140 MGBP 14.5
LMU Munich (no hospital) 2014 579.2 MEUR 26.7 MEUR 4.6
TU Munich 2014 1258 MEUR 86.3 MEUR 6.9
TU Munich (no hospital) 2014 718 MEUR 80.12 MEUR 11.2
Univ. Pisa 2013 330 MEUR 9.05 MEUR 2.7
Scuola Superiore S. Anna Pisa 2014 64.7 MEUR 4.31 MEUR 6.7
Politecnico di Milano 2014 423.3 MEUR 65 MEUR 15.4
Univ. Bologna 2014 750 MEUR 29.8 MEUR 4.0

 

 

Alcune note per una visione ambiziosa e realistica dell’Università di Pisa

L’avvicinarsi delle elezioni del nuovo Rettore è un’occasione per riflettere e discutere su come vogliamo che evolva la nostra Università. In questo spirito, le sintetiche note che seguono sono un inizio di riflessione, nella consapevolezza che ciascun punto richiederebbe un trattamento più approfondito e una discussione separata.

È vero che le decisioni e le relative attuazioni dipendono da molti fattori esterni e dal consenso nei processi democratici interni. Non di meno, è importante che ci sia una visione chiara, condivisa e realistica della direzione in cui condurre l’Università, in modo da comporre in modo coerente le forze interne e le occasioni propizie provenienti dall’esterno. Credo che il nuovo Rettore debba essere eletto per la nostra fiducia nella sua visione e nel suo impegno a realizzarla.

A mio parere, una nuova visione per l’Università di Pisa deve tenere conto di alcuni dati di fatto che si sono manifestati con chiarezza negli ultimi anni:

  • A livello nazionale, non è realistico che ci sia un aumento cospicuo delle risorse destinate al sistema universitario, data la situazione della finanza pubblica.
  • A livello internazionale, il sistema universitario sta diventando sempre più globale. La mobilità degli studenti e dei lavoratori della conoscenza è aumentata, i percorsi educativi in nazioni diverse sono ormai confrontabili. L’attenzione della politica e dell’opinione pubblica in tutti i paesi alle classifiche internazionali delle università è un effetto di questo processo.
  • Il prestigio di un Ateneo non si basa più solo sulla formazione della classe dirigente (un tempo), o sulla formazione dei lavoratori della conoscenza (più recentemente), ma sempre più sull’impatto dell’Università sulla vita sociale, economica e culturale della nazione. Il prestigio è prezioso, perché favorisce l’acquisizione di risorse da finanziatori pubblici e privati, con cui accrescere ancora impatto e prestigio. Su questo ciclo virtuoso si basa la forza delle migliori università del mondo.

In questo contesto, credo che sia fondamentale che il nostro Ateneo punti con decisione al modello delle grandi Università di Ricerca[1].

Il motivo è semplice: solo le grandi università di ricerca riusciranno in un sistema universitario globale a mantenere identità riconoscibile e prestigio, e quindi ad acquisire le adeguate risorse economiche e umane. È l’unico modo di innescare il ciclo virtuoso che consente agli studenti di ottenere un’educazione migliore e un titolo più apprezzato, ai ricercatori e agli studiosi di svolgere un lavoro migliore, al paese di crescere culturalmente, economicamente, socialmente. L’alternativa è pericolosa, perché per lo stesso meccanismo, una iniziale perdita di prestigio può portare a un’accelerazione verso il basso.

Con quali risorse? L’aspetto su cui possiamo realisticamente agire è l’acquisizione di risorse proprie, in termini di ricerche commissionate, ricerche con finanziamenti competitivi e offerta didattica complementare.

Le nostre risorse proprie sono molto minori di quelle delle acclarate grandi università di ricerca. Per esempio, l’Università di Pisa e l’Università di Cambridge sono confrontabili per numero di docenti, per numero di laureati, e per finanziamento pubblico di base (246.2 milioni di euro per Pisa, 178.6 milioni di sterline per Cambridge)[2]. L’Università di Pisa ha raccolto nel 2013 circa 27.5 milioni di euro dalla ricerca, mentre l’università di Cambridge 371.8 milioni di sterline. È vero che il Research Council e le fondazioni del Regno Unito (soprattutto la Royal Society) sono molto più generose del nostro ministero in termini di finanziamenti alla ricerca, e che Pisa ha molti più studenti. Però, anche solo considerando i programmi quadro della Commissione Europea, l’Università di Cambridge ha raccolto più di 6 volte i finanziamenti raccolti dall’Università di Pisa.

È necessario incrementare notevolmente gli importi raccolti con le ricerche commissionate e le ricerche con finanziamenti competitivi. Una serie di misure concertate potrebbero renderla una priorità dell’Ateneo:

  • Forte supporto centralizzato ai dipartimenti, ai docenti, e al personale amministrativo;
  • Coordinamento di azioni collettive e creazione di strutture ad hoc per poter accedere ai grandi finanziamenti e stabilire accordi strategici con grandi organizzazioni, non accessibili ai singoli gruppi di ricerca.
  • Allineamento degli incentivi per le strutture e per i singoli a questo obiettivo, in modo da liberare le energie e le eccellenze di cui l’Università già dispone, focalizzarle sullo sviluppo dell’Ateneo, e permettere loro di lavorare al meglio.
  • Coordinamento centralizzato di iniziative di raccolta fondi per lo svolgimento di ricerche di interesse pubblico.

Credo che sia realistico l’obiettivo di raddoppiare il totale dei fondi raccolti per la ricerca in cinque anni.


Le classifiche internazionali sono parziali, incomplete e a volte deformi. Ma sono l’effetto di un sistema effettivamente globalizzato in cui il singolo può decidere dove studiare per la laurea triennale, dove studiare per la laurea magistrale, e la singola organizzazione può decidere con quale ateneo stabilire un rapporto privilegiato. Essere in alto in tali classifiche ha una forte correlazione con l’essere rinomati su scala globale, per ricerca e per prestigio.

Reperire maggiori risorse e allineare gli incentivi può consentire di incrementare l’impatto in qualità e quantità della ricerca dell’Ateneo.

Un altro aspetto fondamentale, nell’era dell’informazione, è il prestigio dell’Università nella comunità universitaria e nell’opinione pubblica. Aumentare il prestigio richiede una moltiplicazione degli sforzi di comunicazione interna ed esterna, la promozione continua dei migliori risultati raggiunti da tutti i membri della comunità, l’impegno in attività di divulgazione tra il pubbico (outreach), e in altre attività che abbiano impatto sulla vita culturale e sociale della nazione. Tra esse ci sono senz’altro le attività che costituiscono la cosiddetta terza missione, in cui la nostra università è cresciuta molto negli ultimi anni e in cui ancora c’è ancora molto spazio per crescere. La terza missione può rendere il nostro Ateneo il motore principale della cultura e dell’innovazione industriale nella nostra regione e uno dei maggiori del paese.

Non è semplicemente accettabile che piccole realtà appaiano confrontabili o addirittura migliori del nostro Ateneo agli occhi dell’opinione pubblica. Se tutta la comunità universitaria fosse chiamata a partecipare a questo impegno, si potrebbe accrescere o in alcuni riscoprire l’orgoglio di far parte di questa Università.


La didattica trarrebbe forti vantaggi dall’impegno sul fronte della ricerca e del prestigio. Considerare didattica e ricerca come priorità alternative non ha riscontro nella realtà: per esempio, la classifica internazionale degli atenei del Times Higher Education per la didattica è fortemente correlata con quella per la ricerca. Perché, nel tempo, risorse e prestigio consentono di attirare e supportare gli studenti, docenti e non docenti più motivati.

L’aumentata mobilità degli studenti fa sì che siano sempre più frequenti i casi che laureati di un ateneo decidano di conseguire la laurea magistrale in un’altra università. È quindi importante trattare e promuovere i corsi di laurea magistrale come percorsi educativi autonomi, farli conoscere e proporli alla più ampia platea possibile di studenti, renderli uno dei principali fattori di attrazione per l’Università.

I corsi di laurea e laurea magistrale del nostro ateneo sono più di 100. È fondamentale sperimentare innovazioni su alcuni corsi di laurea. Per esempio, è utile proseguire con l’offerta degli insegnamenti in inglese, è utile sperimentare i corsi in collaborazione con altri atenei e fuori Pisa, i corsi a distanza, le summer school, la cosiddetta educazione continua, i master. Nello spirito della sperimentazione, sarà veramente importante stabilire dei criteri di successo e monitorare ogni esperimento, per estendere prontamente ciò che funziona e interrompere ciò che non funziona.

Alcune forme di didattica innovativa, quali master e corsi di educazione continua per chi già lavora o ha lavorato, rappresentano una risposta diretta dell’università alle esigenze del mondo del lavoro e sono un’opportunità importante sia per migliorare l’impatto dell’università sulla società, sia per incrementare le risorse proprie. Anche in questo caso, è fondamentale riallineare gli incentivi dei singoli e delle strutture agli interessi dell’Ateneo e del territorio.

È fondamentale per i nostri studenti potenziare ancora le attività di job placement per tutti i titoli di studio, incluso il dottorato, e attivare iniziative per seguire gli studenti dopo gli studi e negli anni del lavoro, coltivare negli anni il legame tra ex-alunni e università, fare dell’orgoglio dei nostri ex-alunni la migliore testimonianza del nostro lavoro. Inoltre, è necessario usare queste attività per raccogliere nuovi elementi di conoscenza che informino la progettazione e l’evoluzione dell’offerta didattica.


Infine credo sia fondamentale per il nuovo governo dell’Ateneo curare lo sviluppo del personale docente e non docente, attraverso un piano di sviluppo condiviso e un assetto organizzativo che valorizzi le capacità e le prerogative di ciascuno.

Le sfide che l’Università di Pisa dovrà affrontare nel nuovo scenario internazionale saranno ardue e complesse: è necessario che ciascuno di noi usi al meglio le proprie capacità facendo ciò che sa fare meglio.

È importante che il personale docente si possa concentrare sulla didattica e sulla ricerca, nello svolgimento delle attività quotidiane e nella progettazione e guida della didattica e della ricerca. È importante che il personale amministrativo e tecnico si possa concentrare sul funzionamento della macchina amministrativa e tecnica con adeguata autonomia esecutiva. Sembrano cose ovvie, ma spesso vediamo colleghi docenti esasperati per le numerose pratiche burocratiche e amministrative di cui si devono fare carico, e colleghi non docenti altrettanto esasperati per l’affidamento di responsabilità amministrative e organizzative a docenti poco interessati e inclini al ruolo.

Il miglioramento dell’assetto organizzativo richiede da un lato un ulteriore deciso snellimento delle procedure e dei regolamenti, e dall’altro una chiara ed efficiente attribuzione dei ruoli e dei compiti, sia tra dipartimenti e amministrazione centrale, sia tra docenti e non docenti. Il prestigio e la credibilità dell’Università come motore dell’innovazione in Italia richiede anche che l’Università sia un modello per assetto organizzativo e per efficienza delle procedure organizzative e operative, sfruttando pienamente l’autonomia di cui gode.

Lo sviluppo del personale è soggetto ai repentini cambiamenti di linea del legislatore. Per questo motivo è importante avere priorità chiare, in modo da utilizzare in modo coerente – con un piano condiviso – le occasioni di azione concesse dal legislatore e dal governo nazionale.

È importante allineare le priorità di sviluppo del personale al modello di università che vogliamo, superando l’ancoraggio prevalente al fabbisogno didattico, che si addice più a una teaching university. Per essere stabilmente tra le grandi università del mondo, dobbiamo avere priorità adeguate, allineare gli incentivi dei singoli al nostro modello di Università, procedere di conseguenza allo sviluppo del personale.

L’ultimo punto è dedicato a chi non voterà per il futuro Rettore. L’età media di ingresso nei ruoli è troppo alta, per responsabilità soprattutto del legislatore. Il problema è drammatico, perché è raro il personale di ruolo con meno di quaranta anni. Sarà importante che il nuovo Rettore porti l’Ateneo a una soluzione condivisa, che attenui la vacanza generazionale che si è creata.

Come avevo anticipato, si tratta di note sintetiche e incomplete, di un inizio di riflessione su aspetti che discutiamo raramente, presi come siamo dallo svolgimento del lavoro quotidiano. Ma tra meno di un anno si voterà per un nuovo mandato rettorale, ed è il momento alzare lo sguardo verso il futuro.

[1] Nella classificazione Carnegie, l’università di Pisa è già una VH/RU (Research University with Very High research Activity). Delle 4000 istituzioni universitarie americane, 108 sono classificate VH/RU. In questo contesto, per grande università di ricerca intendo una delle migliori VH/RU.

[2] Per Pisa i dati sono relativi al bilancio 2013, per Cambridge all’anno che termina Luglio 2014. Un confronto più dettagliato tra le due Università è su http://www.iannaccone.org/2015/08/28/cambridge-e-pisa/

[photo credits: Herman Rhoids on flickr]

Un confronto tra le Università di Cambridge e Pisa

Cambridge (UK) e Pisa ospitano due delle Università più antiche del mondo, pubbliche, in città universitarie. I ranking internazionali pongono le due università in posizioni molto diverse, tra le circa 17000 istituzioni universitarie nel mondo (di cui circa 4000 negli Stati Uniti):
  • ARWU (Shanghai Ranking) 2015: Cambridge 5a, Pisa: 151-200
  • Times Higher Education 2014-2015: Cambridge 5a, Pisa: 301-350
  • QS World University Rankings 2014-2015: Cambridge 2a, Pisa 245a
  • CWUR 2015: Cambridge 4a, Pisa 295a
Quindi Cambridge è sempre la prima in Europa, Pisa è fra la posizione 2a e 8a in Italia (nel primo 1-2% nel mondo, per vederla positivamente).

 

Un articolo di Giuseppe De Nicolao su ROARS.it molto ripreso dalla stampa d’agosto ha proposto come divertimento serio una variazione della classifica ARWU, in cui i punti nella classifica generale ARWU sono divisi per le spese totali operative dell’Università. Il nuovo punteggio misura quindi il risultato (accademico) per euro di spesa, ed è quindi una misura di ritorno sull’investimento. In questa nuova classifica, Cambridge e Pisa sono praticamente appaiate, rispettivamente al quinto e sesto posto.

 

Non voglio entrare nel merito e nell’interpretazione delle classifiche e delle contro-classifiche.

 

Perché mi incuriosisce il confronto tra Cambridge e Pisa? Come dicevo prima, si tratta di due università antiche, pubbliche e generaliste in città universitarie. Proviamo ora a fare un confronto quantitativo, per poi trarre delle conseguenze in termini di qualità. Per Cambridge, ho escluso i dati relativi alla casa editrice e all’accreditamento per la lingua inglese, per fare un confronto equo.

 

Anno di riferimento 2014
  • Personale docente: Pisa 1497, Cambridge 1649
  • Personale non docente: Pisa 1520, Cambridge 4989
  • Studenti totali: Pisa 46072 (esclusi i dottorandi, alcune centinaia), Cambridge 18977
  • Studenti “undergraduate” (iscritti alla laurea triennale e a ciclo unico): Pisa 30243, Cambridge 11864
  • Studenti “graduate”: Pisa 15829 (esclusi gli studenti di PhD), Cambridge 7113
  • Laureati triennali (Bachelor): Pisa 3620, Cambridge (anno 2012-2013): 3322
  • Lauree magistrali (MPhil): Pisa 2913, Cambridge 1400
  • Dottori di ricerca (PhD): Pisa  (poche centinaia ..) , Cambridge 1051
I numeri del corpo docente e dei laureati sono simili. Si vede poi la predilezione italiana per la laurea magistrale, e la predilezione di Cambridge per il PhD. Inoltre, come in quasi tutte le università italiane, Pisa non applica una selezione in ingresso, ma ha una selezione durante il corso degli studi, mentre a Cambridge c’è una forte selezione in ingresso. Per questo motivo Pisa ha molti più studenti di Cambridge, ma uguale numero di laureati.

 

Passiamo al confronto del bilancio. Considero per Pisa il Bilancio a fine Dicembre 2013, e per Cambridge a Luglio 2014.
  • Contributi dallo stato: per Pisa 246.2 MEUR (milioni di Euro), per Cambridge il contributo HECFE di 178.6 MGBP (milioni di Sterline)
  • Quote di iscrizione degli studenti: Pisa 53.2 MEUR, Cambridge 207.5 MGBP
  • Proventi per ricerche: Pisa 27.5 MEUR (di cui 5.6 MEUR da girare ai partner), Cambridge 371.8 MGBP
  • Redditi diversi e da endowment: Più di 200 MGBP per Cambridge e circa 34.2 MEUR per Pisa.
Francamente mi ha colpito molto: i contributi più o meno fissi dallo stato sono simili; le altre due voci invece sono molto diverse. Tralascio la quarta voce perché un confronto è impossibile.

 

La voce relativa alle quote di iscrizione degli studenti per Cambridge è aumentata di recente per due grandi aumenti successivi delle tasse universitarie, e per quasi la metà è pagata dagli studenti extra europei. Per le Università pubbliche italiane c’è un rigido limite per legge (per i corsi di studio con valore legale), e Pisa sta per scelta sotto tale limite.

 

Ma la differenza più grande sta nei proventi per ricerche: un fattore 10! Vediamo da dove vengono questi proventi:

 

Univ. Pisa:
  • Ricerche Commissionate 6.5 MEUR (quasi tutte da privati)
  • Ricerche da finanziamenti competitivi MIUR 2 MEUR
  • Ricerche da finanziamenti competitivi altri entri pubblici e privati: 7.8 MEUR
  • Ricerche da finanziamenti competitivi Unione Europea: 11.1 MEUR

 

Univ. Cambridge:
  • Research Council 120.8 MGBP
  • UK Charities: 111.26 MGBP
  • Industria nazionale e internazionale: 28.7 MGBP
  • Commissione Europea: 52.6 MGBP

 

Un confronto diretto è difficile, ma è chiaro che i finanziamenti pubblici nazionali si sono prosciugati. Il finanziamento che Cambridge ottiene dal Research Council è sicuramente maggiore di tutto il finanziamento MIUR per il totale delle Università italiane. Anche il finanziamento che Cambridge da sola riesce a ottenere da fondazioni nazionali (Wellcome Trust and Cancer Research UK più di tutte [1]) è probabilmente maggiore del totale disponibile su base nazionale in Italia. Si tratta di differenze dovute al sistema universitario e di ricerca nazionale, su cui una singola Università può poco.

 

Sulle altre due voci c’è più margine di azione e in effetti le differenze sono più ridotte, ma sempre grandi. Per i finanziamenti nell’ambito dei programmi quadro della commissione europea, anche considerando il cambio minimo del 2014 (1 GBP = 1.25 EUR), L’Università di Pisa ottiene dalla Commissione Europea un sesto di quello che ottiene Cambridge. Le cose vanno in modo simile per finanziamenti da privati.

 

È chiaro che il sistema universitario italiano è eccessivamente sottofinanziato. Sulla questione possono agire solo il governo e il parlamento. Considerando il cerchio di influenza di ciascun ateneo, mi pare ci sia ampio margine di miglioramento nella raccolta di finanziamenti dalla Commissione Europea e da privati. Ci sono tantissimi altri spunti, ma per ora ci fermiamo qua.

 

[Photo from tpholland on Flickr (Creative Commons)]
[1] Correzione, in una prima versione avevo indicato la Royal Society come prima UK Charity in termini di donazioni. In realtà sono Wellcome Trust (48 MGBP) e Cancer Research UK (32 MGBP). I Contributi della Royal Society sono compresi in quelli dei Research Council.

Video: la nostra ricerca sulla nanoelettronica con grafene e materiali 2D

L’Università di Pisa ha realizzato e prodotto cinque brevi documentari su alcune attività di ricerca qui a Pisa. Siamo contenti che ci abbiamo scelto per la nostra ricerca sulla nanoelettronica basata su grafene e materiali bidimensionali!

Cercare di raccontare quello che facciamo a un pubblico ampio è importante: il finanziamento alla ricerca passa sopratutto per bandi pubblici ed è pagato dalle tasse di tutti.

Tutti i minidocumentari sono interessanti, il comunicato stampa Unipi con i link ai video è qui. Bella idea e grande lavoro di squadra dell’Ufficio Comunicazione e del Corso di Laurea DISCO. E divertente da fare per noi!

New Student Projects 2015 – Progetti per Tesi e Internship

Nuova lista aggiornata a febbraio 2015 con argomenti per progetti di tesi o internship. Ci sono sia tesi in Italia, sia all’estero. Per le tesi all’estero, il mio vincolo è che deve essere un progetto su un tema su cui abbiamo un’attività di ricerca, in modo da seguire a distanza e incidere in modo significativo sul lavoro. Adesso è in una pagina dedicata, e sarà aggiornata con continuità.

New list of student projects updated to February 2015. Now is in a dedicated page, and will be updated continuously. Projects title are in English, descriptions in Italian (for international students, just contact me for details).

Presentation: Graphene and 2D electronics

I gave this presentation on Graphene and 2D Electronics at the Marie-Curie Conference 2013 in Florence, on Nov. 25. It was an session with mindblowing presentations especially from renown surgeon Ugo Boggi and CMS emeritus spokesperson Guido Tonelli. As I knew, speaking just after a superstar physicist is really really challenging.

Everybody had to keep their presentations understandable by a general audience of researchers and Marie-Curie fellows from diverse disciplines: hard sciences, social sciences, and humanities. And to stay within 12 minutes. For this reason I think this presentation can be enjoyable by casual visitors of my website. Enjoy.

However, the whole session was humbling. I was really honoured and thankful to the organizing committee for the invitation. Most of all, it was great fun.

(illustration by Argonne National Lab)

Don’t know much about algebra (and language)

Data from the OECD skill survey of adults. Considering adults in the age range: 16-65. We are not talking of PISA tests. These are not just pupils.

  • Numeracy Proficiency: Italy is second last (Spain is Last, Japan is First)
  • Literacy Proficiency: Italy is last (Japan is first again)

Basically, too many people cannot understand written instructions and cannot perform a simple calculation (for example, the interest on their mortgage or their savings account).

Anyway, even adjusting for the level of education, people in the age 16-24 perform better at tests than those in the age 55-64.

Things are slowly improving … (but I already knew it (link in italian) )

The complete OECD Adult Skills Outlook is here

literacy_proficiency

numerical_proficiency