Lessons from Angry Birds

The story of Rovio, the maker of Angry Birds, is impressive (here on Wired.co.uk).

It provides at least one strong lesson to startups in the wild: Angry Birds was the 52nd computer game by Rovio.

Before Angry Birds the company went through ups and downs, but never had a hit. The company started with 1 M$ of angel investing in 2003, and mostly developed games for larger companies, those with a distribution channel. It went from 2 to 50 and then to 12 employees. With the company almost bankrupt, in 2009 they had their hit on the Appstore with Angry Birds.

Then, they worked like hell to exploit that success through multiple sales channels.

Now, Rovio’s turnover is estimated around 50 M$, 20 M$ coming from sales and licensing deals not directly related to video games, and 30 M$ from video games, roughly half from the iOS platform, half from Android ad-supported sales. They have received a 42 M$ series A funding in 2011 and turned down an acquisition offer of 2.25 B$ from Zynga.

It is another good story that tells that 1. the initial idea has no value, 2. it is important to keep pushing, tweaking, building expertise, and trying again.

– Versione in Italiano qui

Lezioni da Angry Birds

La storia di Rovio, la società che ha creato Angry Birds, è impressionante, (qui su Wired.co.uk).

Contiene almeno una forte lezione per le start up tecnologiche: Angry Birds era il 52esimo gioco di Rovio.

Prima di Angry Birds Rovio ha avuto alti e bassi, senza nessun grande successo. Rovio è partita con l’investimento di 1 M$ nel 2003, e ha sopratutto sviluppato giochi per società più grandi, dotate di un proprio canale di distribuzione. È passata da 2 a 50 e poi a 12 dipendenti. Quasi in fallimento, nel 2009, hanno avuto il loro primo grande successo sull’Appstore con Angry Birds.

Da allora, hanno lavorato senza sosta per sfruttare quel successo mediante molteplici canali di vendita.

Adesso, il fatturato di Rovio è stimato intorno a 50 M$, 20 M$ dalle vendite e accordi di licenza non direttamente legati ai videogiochi, e 30 M$ dai videogiochi, di cui circa metà dalla piattaforma iOS e metà dalla piattaforma Android. Hanno ricevuto un finanziamento serie A di 42 M$ nel 2011, e rifiutato una offerta di acquisizione di 2.25 B$ da Zynga.

È un’altra storia che ricorda che 1. l’idea iniziale ha valore zero, 2. è importante insistere, aggiustare il tiro, diventare più abili, e provare ancora.

– English version here

 

Il valore (corretto) di Facebook

Nell’Amaca di Repubblica del 3 febbraio Michele Serra ci spiega il significato profondo di Facebook e quanto Facebook guadagni con le vite di tutti. Citando il commento in prima pagina di Zucconi del giorno precedente, fa il conto: 80 miliardi di valore probabile in borsa, 800 milioni di persone, fa solo dieci centesimi a persona. Le foto, i motti, i post di ogni persona, solo dieci centesimi.

Però risultato della divisione è 100 dollari, non dieci centesimi. Tre zeri di differenza. il centomila per cento in più. Il valore delle cose conta. Più del significato, per differenze così grandi. Tutti capiscono che se il debito pubblico italiano fosse 30 euro a persona, invece di trentamila, sarebbe un problema di valore e significato diverso.

Il valore è di Facebook è alto per l’IPO. 100 dollari a utente sono tanti. Tanti per il modello di pubblicità su misura, anche con il margine enorme che hanno. Nel medio termine, poiché la popolazione del pianeta è finita, dovranno estrarre qualche dollaro di utile a utente per tenere quella quotazione. Non vedo tante possibilità che la quotazione possa salire di multipli, come hanno fatto Amazon e Google in passato. Se va proprio bene un fattore 2. Ma se va male può benissimo andare a 10 dollari a utente. Il rischio in basso supera quello in alto.

Certo, a 10 centesimi a utente sarebbe stato un affare.

p.s. Il post è stato modificato il 7 febbraio, aggiungendo il link all’amaca di Michele Serra, l’immagine (presa da qui), e rimuovendo l’incipit spocchioso.

Google, questo sembra stalking

 

Tra ieri sera e stamani ho visto ThisWeekInStartups, ho visto un video di Tiziano Ferro su YouTube, ho letto il NYTimes online.

Tutte le volte, è apparsa la pubblicità – sul video o in un banner – dell’outlet online di Petit Bateau. Alcuni fotogrammi sono qui sopra e sotto. Non è una coincidenza, è Google. Confesso, ho comprato sul sito di Petit Bateau, ci sono gli sconti ora, e mi è arrivata la conferma per posta (su gmail).

La nuova politica di privacy di Google comincia a somigliare troppo allo stalking. Non sento il bisogno che Google mi legga la posta e guardi che siti visito per scegliere che pubblicità mandarmi.

Lezione: bisogna sempre assumere che tutto quello che si fa online sia fatto in pubblico. Ok, lo sapevo già, ma è stato inquietante. Don’t do evil.

p.s. oggi usando il browser ho visto altre pubblicità di petit bateau (aggiunti in basso)